Questioni di Traduzioni
Stamane, come al solito, vado alla ricerca dei commenti internazionali concernenti il Bel Paese. Non navigo da molto che mi fermo su un articolo dal titolo inequivocabile
¡Viva Italia!
Si tratta di un articolo dello scrittore spagnolo, JUAN JOSÉ MILLÁS, del 6 novembre 2009 pubblicato su ELPAIS.com, Edición impresa, nella rubrica Última. La curiosità non impiega molto a prendere il sopravvento, e mi butto nella lettura per vedere subito cosa scrive dell’Italia l’inventore dei cosiddetti “Articuentos” (neologismo nato dalla fusione di articolo+racconto).
Ma, l’articolo non parla, almeno non in modo esplicito, dell’Italia. L’autore, discutendo delle manovre politiche del Señor Rodrigo Rato, conclude:
“Il bello è, amici, che questa non è corruzione, ma salute democratica, potenza finanziaria, capacità di negoziazione, dimostrazione di autorità, putrefazione politica, miseria pubblica, assalto a mano armata o guerra. Siamo senza parole, alla fine. ¡Viva Italia!”
Come tradurre ¡Viva Italia! ?
Se, tra le varie norme da seguire nella traduzione c’è la necessità di rispettare la coerenza del testo, la scelta di lasciare invariato quel “Viva Italia”, appare, rispetto all’argomento dell’articolo, quanto meno incomprensibile.
Quindi, il traduttore si ritrova costretto ad andare alla ricerca del significato profondo di un’espressione molto vicina alla lingua d’arrivo (cioè praticamente italiana), per afferrare le denotazioni e le connotazioni di quelle due parole così come contestualizzate all’interno non solo del brano intero, ma della cultura generale a cui l’autore di quel brano fa riferimento quando sceglie determinate parole e non altre.
In soldoni, cosa significa “Viva Italia” per i lettori di tutto il mondo di El Pais? Sorge il dubbio che tutti quei bei concetti – dalla corruzione alla putrefazione politica – siano in qualche modo collegati a quello che l’Italia rappresenta nell’immaginario comune non italiano.
Un esempio simile è la parola italiana “imbroglio”, che spesso si incontra nei giornali francesi, come prestito linguistico (sottolineo prestito all’interno della lingua francese!) per significare tutto ciò che non ha le caratteristiche della chiarezza.
E’ per questo motivo che ho pensato bene di rivolgere la domanda all’autore, scrivendo nel mio cattivissimo spagnolo, e per giunta di getto, un post sul forum ufficiale di Juan Josè Millas.
“Perché, in un articolo che parla di politica spagnola, e di una situazione per la quale l’autore, persona che lavora con le parole, ammette di non avere più parole, perché questo articolo termina con un’espressione che fa riferimento all’Italia, o a delle opere con il titolo <Viva l’Italia>?”
(Già, mi era venuto in mente il film di Roberto Rossellini! ma anche il disco degli Inti Illimani).
La domanda, ovviamente, non ha alcun intento polemico e, anzi, probabilmente si fonda su dei preconcetti propri di chi rivolge la domanda e non di chi è invitato a rispondere.
Per leggere l’articolo di Juan José Millas, clicca qui.
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Sul prestito linguistico vedi anche, Donne di scorta.
In volo verso San Pietroburgo, il Primo Ministro italiano saprà sicuramente che il suo arrivo nella città sulla Neva è stato preceduto dalla sua fama. Venerdì, 9 ottobre 2009, il St. Petersburg Times pubblica un articolo su Berlusconi, e sulle sue dichiarazioni all’indomani della bocciatura sul Lodo Alfano:
“Il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi ha affermato giovedì che andrà in TV e che apparirà nelle aule dei tribunali per provare che le accuse di corruzione ed evasione fiscale, nei due processi contro di lui, sono false.”
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Anche il canale di stato RT, poco incline a seguire le tendenze mediatiche globali, nell’ambito del programma Spotlight, ha trasmesso un servizio sul presidente dell’AC Milan attualmente sotto la luce accecante dei riflettori. Il servizio si intitola “Lo strano caso di Silvio Berlusconi”, e secondo gli autori:
“si tratta di una caso che esemplifica le relazioni tra i poteri esecutivo, giudiziario e mediatico (avevato pensato al terzo termine delle trilogia, legislativo?). Il futuro politico del Primo Ministro italiano si trova sul banco degli accusati dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato la norma che gli dava l’immunità. E’ una decisione buona o cattiva per l’Italia e per la democrazia italiana?”
Per rispondere a queste domande, il conduttore del Al Gurnov ha intervistato il Prof. Paolo Mancini, Ordinario di Sociologia della Comunicazione, presso l’Università di Perugia, di cui si specifica “che non è per niente un tifoso di calcio”.
Al Professore viene subito chiesto come abbia reagito il pubblico italiano alla notizia della bocciatura del Lodo Alfano, e se gli Italiani si siano messi a ridere. Mancini risponde che non si può propriamente dire che gli Italiani si sono messi a ridere. Ma Al Gurnov incalza, ridendo, chiedendo se Berlusconi abbia ancora la maggioranza, e Mancini risponde che si può fare una divisione in classi sociali a questo proposito. La classe inferiore e quella media sono a favore di Berlusconi, gli intellettuali invece lo odiano (la stratificazione per livelli di istruzione è un classificazione che il prof. riproporrà al termine dell’intervista).
Segue un servizio sul “numero impressionanti di cause penali che riguardano Berlusconi” che termina con l’affermazione della giornalista Elena Demidova “Berlusconi ha detto che non rassegnerà le dimissioni”. Al Gurnov così chiede a Mancini di spiegare al pubblico le ragioni del comportamento “stravagante” del Premier italiano. Mancini replica che non si può definire stravagante il comportamento di un uomo che “parla alla gente”, e che fa e rappresenta quello che la gente normale vorrebbe fare e essere. A chi non piacerebbe essere ricco ed avere belle donne, in un certo senso Berlusconi rappresenta l’uomo medio italiano, afferma Mancini. Al Gurnov allora interviene dicendo che in Russia, quando si vota una persona è perché lo si vede adatto a ricoprire una determinata funzione pubblica, non perché lo si vede a “godersi la vita”. “Gli italiani sono diversi?”. Il professore di Urbino corregge quindi il tiro, dicendo che in realtà Berlusconi trascorre la maggior parte della sua giornata a occuparsi della vita pubblica italiana, e che quella piccola parte dedicata alla vita privata suscita l’interesse delle persone “comuni”.
Al Gurnov chiede poi se attualmente Berlusconi abbia dei problemi con i suoi colleghi in Europa, e Mancini risponde affermativamente, poiché i colleghi europei si trovano nell’imbarazzo di dover trattare con questo “guy”, ragazzo che, nonostante tutto, è legittimato dal voto popolare a ricoprire la funzione di Premier.
Gli italiani mettono sullo stesso piano scandali sessuali e scandali legali?, chiede Al Gurnov per indagare se sul futuro di Berlusconi peserà di più la pronuncia della Corte o della Chiesa. Il professore risponde, un po’ imbarazzato, che i due problemi suscitano entrambi forte interesse.
Dopo la pausa pubblicitaria, Al Gurnov chiede di spiegare come mai Berlusconi, contro ogni previsione, vince sempre. E’ una dimostrazione della incapacità dei suoi colleghi politici o c’è un’altra spiegazione per la sua “incredibile (impensabile) popolarità”. Mancini risponde che Berlusconi è un grande comunicatore e che sull’altro versante c’è un centro-sinistra molto frammentato, incapace di esprimere un unico leader. E si arriva alla domanda che tutti si pongono: “Lei pensa che Berlusconi ed il suo partito sopravviveranno alle prossime elezioni nazionali?”. Senza fare previsioni, Mancini risponde che bocciatura del Lodo-Alfano da un lato, e scandali sessuali dall’altra, possono influenzare il modo in cui i cattolici percepiscono la figura di Berlusconi. Al Gurnov così chiede apertamente: “Lei crede che la Chiesa possa avere un ruolo importante?”. Mancini: “Sì, assolutamente sì. Ed è quello che Berlusconi intende evitare, una posizione ufficiale della Chiesa”.
Al Gurnov: “Berlusconi è un pericolo per la democrazia?”. Mancini risponde negativamente, e aggiunge che anche nell’ambito della questione sulla libertà di stampa, nonostante il tentativo di Berlusconi di impadronirsi delle televisioni e dei giornali, non si può dire che in Italia non ci sia la libertà di stampa. Dopo aver spiegato poi che il Lodo-Alfano è stato bocciato in Italia non per una questione di sostanza ma per una questione di forma, Paolo Mancini spiega che Berlusconi ha sbagliato a intraprendere la via della legge ordinaria.
Al Gurnov gli chiede poi della natura dei rapporti tra Berlusconi e Putin, e vuole sapere se i vantati ottimi rapporti siano veramente da accreditare alla personalità di Berlusconi, o se sono semplici rapporti tra due capi di stato, indipendentemente da chi siano le persone. “Credo che Berlusconi sia molto bravo negli affari, e credo che sia molto bravo negli affari privati, e in quelli di stato, perché è un ottimo comunicatore”.
Infine, Al Gurnov chiede a Mancini cosa pensa del premio Nobel per la pace assegnato a Barack Obama, un leader impegnato in varie guerre (rammentiamo che la notizia è stata appresa con molto stupore in Russia). Mancini risponde che il premio Nobel è stato assegnato ad un uomo che rappresenta un ponte di comunicazione con il mondo musulmano, ha un valore di incoraggiamento. “Lei crede che Berlusconi possa prendere in futuro un premio Nobel”, chiede Al Gurnov. “No”, risponde Mancini “don’t be silly” (non sia stupido), Berlusconi non è persona da riuscire a parlare con degli accademici. Secondo Mancini, Berlusconi sa parlare alla classe media, media e a quella inferiore. Il premio Nobel non è solo per le persone di ceto medio-basso, ma è per tutti, quindi anche le persone istruite, per gli scienziati. Al Gurnov: “Allora Lei pensa che Obama sia migliore di Berlusconi”; “Of course”, risponde il professore.
Per vedere la trasmissione clicca qui
Per rimanere in tema di negoziazioni, dopo le accuse di pagamenti fatti ai capi talebani, Le Figaro si occupa dei rapporti tra Stato Italiano e Mafia siciliana. Anche qui si parla del “papello” contenente quelle che i francesi chiamano “les exigences” di Totò Riina.
Quando la Mafia tentava di negoziare con Andreotti
di Richard Heuzé a Roma , 19/10/2009
Nel 1992, in piena epoca di attentati contro deputati e giudici, un padrino dettò le sue condizioni al governo.
Lo Stato ha negoziato nel 1992 con la Mafia, per mettere fine agli attentati? Che ruolo ha avuto Vito Ciancimino, ex-sindaco di Palermo (dec. nel 2002), e principale interlocutore “politico” di Totò Riina?
Un papello, scritto di pugno dal padrino mafioso e contenente dieci richieste, accrediterebbe questa versione. Il documento è stato consegnato la settimana scorsa, in fotocopia, da Massimo Ciancimino, figlio di Vito, oggi giudicato a Palermo per connivenza mafiosa. “Le negoziazioni tra Mafia e Stato sono iniziate nel maggio del 1992”, afferma.
Torniamo indietro: all’inizio del 1992, Giulio Andreotti conduceva il suo settimo e ultimo governo. In gennaio, una sessantina di mafiosi sono rinviati in prigione. Erano stato liberati dopo i verdetti d’appello nel maxi-processo che era stato concluso nel dicembre del 1987, con 360 condanne (su 474 richieste, per 120 omicidi e 2.665 anni di prigione.
All’indomani del verdetto, Totò Riina vuole punire Andreotti, colpevole ai suoi occhi di “slealtà”. Il 12 marzo, il deputato Salvo Lima, capo della sua corrente in Sicilia, viene assassinato. E’ l’inizio dei grandi massacri.
Il 23 maggio è il turno del giudice anti-mafia Giovanni Falcone. Infine, il 19 luglio, l’esplosione di una vettura uccide un altro giudice antimafia, Paolo Borsellino, e cinque agenti di scorta.
Le “exigences”
Tra questi due attentati, Totò Riina, per il tramite di Vito Ciancimino, fa pervenire le sue richieste al generale dei Carabinieri Mario Mori. Sono dieci in tutto. In cima figurano la revisione del maxiprocesso, l’annullamento del regime di isolamento totale (il 41bis), riservato ai capi mafiosi e della legge sui pentiti.
In un passo, Riina esige una riforma del regolamento delle carceri, l’assegnazione dei domiciliari dopo i 70 anni, lo smantellamento dei penitenziari di alta sicurezza, la possibilità di “dissociarsi” (come i terroristi) senza dover denunciare altri criminali, la libertà di visita in prigione. Egli chiede addirittura il diritto per la Sicilia di imporre le proprie imposte sui carburanti e l’abolizione del monopolio del tabacco e, ancora, l’elezione dei giudici sul modello americano.
Il generale Mori ha certamente trasmesso queste richieste al potere politivi. Ai ministri degli Interni dell’epoca, Virgilio Rognoni e Nicola Mancino, che negano? Ad Andreotti? Sulla scia emotiva creata dagli attentati all’epoca, un mercanteggiamento con la Mafia sembrava impossibile.
Per il procuratore nazionale antimafia, Salvo Grasso, questi contatti avrebbero almeno avuto il merito di differire l’assassinio di altri uomini politici. Giulio Andreotti, in primo luogo: sette anni più tardi, il “Divo” dovrà difendersi da un processo che lo accusa di aver incontrato Toto Riina a Palermo, e di avergli dato il rituale bacio.
Quanto al padrino, è stato arrestato dagli uomini del Generale Mori, il 15 gennaio 1003. Il suo domicilio non fu perquisito in modo completo. Dando ai suoi familiari il tempo di far scomparire eventuali documenti compromettenti.
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Gettate via Berlusconi
Ecco la copertina del settimanale Newsweek, che sarà pubblicato il 19 ottobre
Le Monde, il 16 ottobre scorso aveva commentato in anteprima questa copertina, sottolineando non solo la il titolo ma anche la foto in cui il Premier italiano fa il gesto dell’addio con la mano. E aggiunge, “invece di impegnarsi per promuovere le riforme economiche e sociali di cui il paese ha bisogno, Berlusconi guarda nello specchietto, obnubilato dai magistrati, dalla stampa, dai cospiratori comunisti, dalle macchinazioni dei suoi rivali, senza dimenticare le donne arrabbiate che lo perseguitano. La sua immunità è stata annullata la settimana scorsa dalla Corte Costituzionale e lui contibua a porsi come vittima dei media e, in particolare, di quelli inglesi”.
Nell’articolo di Newsweek, ”Se resta al comando dell’Italia, rischia non solo di rinchiudere il paese all’interno delle sue mura, ma anche di fare un torto all’Europa e, addirittura, al Patto Atlantico.” La frase è citata sia da Le Monde che dal The Times, che aggiunge che l’indice di gradimento del Premier, dall’anno scorso, è sceso dal 62% al 45%.
Come promesso, ieri sera in un’intervista a Sky TG 24, da Richard Beeston, caporedattore degli Esteri del Times, il quotidiano britannico pubblica stamane due articoli, sulla pratica dei pagamenti ai comandanti talebani per conservare la stabilità nelle zone controllate dagli eserciti. Le fonti citate, che a loro volta si basano su dei “sentito dire”, sembrerebbero mettere gli Americani nella posizione di chi era a conoscenza di una pratica, che di per sé non appare condannabile. E la domanda che ci si pone è la seguente: è una pratica diffusa, utilizzata anche da altri eserciti? è possibile che i Francesi non ne sapessero niente? che neanche sospettassero che la pace potesse essere acquistata a suon di denari? Sono veramente responsabili gli Italiani della “imboscata” in cui persero la vita 10 soldati francesi?
Intanto, in attesa di come risponderà il governo francese alle richieste fatte dall’opposizione, e magari se si potesse avere la conferma dell’Ambasciatore USA circa la protesta fatta all’epoca al governo italiano, ecco cosa scrive il Times, con un articolo il cui titolo, manco a dirlo, è
The Italian Job
From The Times, October 17, 2009
La guerra, disse Clausewitz, è la continuazione della politica con altri mezzi. Il Times di questa settimana ha parlato di una strategia politica distinta, adottata dall’Italia nella guerra in Afghanistan. Ufficiali italiani dell’intelligence hanno pagato somme, ammontanti a decine di migliaia di dollari, ai Talebani in cambio di protezione. Il patto era che nessuna delle due parti avrebbe attaccato.
Quando gli Italiani furono rimpiazzati dalle truppe francesi nel distretto di Sarubi in Afghanistan, l’anno scorso, i nuovi arrivati erano convinti di svolgere una missione a basso rischio, in quanto c’era stato un solo incidente capitato agli Italiani l’anno precedente. Ma gli Italiani hanno dimenticato di parlare dei pagamenti. Nel giro di un mese dal loro arrivo, furono uccisi dieci soldati francesi, e 21 ne furono feriti in un attacco talebano.
Il governo italiano ha fermamente smentito il nostro rapporto, inclusa la nostra affermazione secondo cui l’Ambasciatore U.S.A. aveva inoltrato una lamentela formale circa i pagamenti italiani agli insorti locali della provincia di Herat. L’opposizione in Francia ora ha chiesto delle spiegazioni, e dovrebbe riceverle. Noi restiamo senza riserve dalla parte del nostro servizio. Dalla sua pubblicazione, un comandante talebano e due alti ufficiali afghani hanno confermati che questa strategia era usata dalle forze italiane, in questa ed in altre regione afghane.
La strategia italiana è scandalosa. E’ importante chiarire come e perché. Il famoso detto di Clausewitz, spesso viene frainteso. La politica a cui si riferiva il grande pensatore militare si riferiva non solo agli obiettivi perseguiti da uno Stato, ma anche alle condizioni esterne nell’ambito delle quali tali obiettivi vengono perseguiti. E l’adattamento degli obiettivi alle limitazioni, fa parte di qualunque strategia militare che aspiri ad avere successo.
I risultati della coalizione guidata dagli Stati Uniti in Iraq, hanno cominciato a cambiare a partire dal 2006 quando fu nominato un nuovo comando militare che aveva profondamente ripensato le strategie per avere successo nel contrastare gli insorti. La nuova strategia riconosceva che i successi politici non potevano essere attinti se prima non si ristabiliva la sicurezza a Baghdad e nelle aree circostanti. Smuovendo i livelli delle truppe alleati, i comandanti della coalizione deliberatamente cercarono quegli elementi locali considerati più docili facendo loro delle offerte. Questa strategia mirava a rompere l’insieme delle forze, già fortemente eterogeneo, lasciando indietro i rimanenti gruppi di irriducibili Islamisti e fanatici di Baath.
Si trattava di un rischio calcolato. E funzionò. Al Quaeda ne rimase seriamente danneggiata e perse dei santuari importanti, a Baghdad ed Anbaar. Invece di dominare il paese, i jihadisti stranieri girarono i tacchi e fuggirono via. E’ questo il risultati di cui l’Afghanistan ha bisogno, per il bene del popolo e della sicurezza in Occidente. E’ ragionevole, e anche previdente, che le forze di coalizione usino i mezzi economici per sconfiggere il nemico islamico. Tale approccio sarebbe coerente con l’osservazione del Generale Stanley McChrystal, il comandante Nato, per cui la coalizione deve operare in modo da minimizzare i danni.
Ma è pericoloso e irresponsabile che una nazione della coalizione persegua una strategia unilaterale, senza consultare i suoi alleati. La campagna contro i rivoltosi è un’operazione collettiva, condotta tramite la Nato, con lo scopo di dare sicurezza alla collettività . E’ prevedibile che si facciano contrattazioni sul luogo. Per quanto immorali possano apparire ai puristi, sono comunque preferibili a singoli attacchi militari che inavvertitamente uccidono e feriscono dei civili, facendo guadagnare ai rivoltosi l’appoggio della pubblica opinione.
Gli accordi negoziati a livello locale non possono essere accordi fatti in sede separata, in ogni caso. Questo porta al disaccordo tra Alleati, allo scompiglio e alle morti inutili. C’è un’accusa rivolta alla strategia italiana in Afghanistan. Il governo di Berlusconi deve rispondere.
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Le fonti citate dal Times, a sostegno delle sue tesi di cui sopra, sarebbero le seguenti
Gli USA ammettono di aver affrontato gli Italiani sulla questione dei pagamenti ai Talebani
From Times Online, October 17, 2009, Tim Reid in Washington
Il Governo USA ha ammesso per la prima volta, ieri, che il pagamento in cambio di protezione, fatto ai Talebani dalle forze italiane in Afghanistan è stata materia di discussione tra ufficiali americani e italiani, l’anno scorso.
Un alto ufficiale americano ha confermato, due giorni dopo che il Times ha scritto del pagamento da parte delle autorità italiane per finanziare le bustarelle, che “l’argomento [ei pagamenti] è stato affrontato con gli Italiani”.
L’ufficiale non può confermare né negare che la rappresentazione, al governo Berlusconi, abbia preso la forma di una lamentela o di protesta diplomatica, ma gli ufficiali Nato hanno detto al Times che tale lamentela fu fatta a Roma dagli Americani l’anno scorso.
Il pagamento di soldi da parte degli Italiani fu rivelato dopo la morte di dieci soldati francesi, nell’agosto del 2008 per mano di una grande forza talebana a Sarubi, ad est di Kabul. Le forze francesi avevano preso il distretto dalle mani degli Italiani, ma non erano al corrente dei pagamenti segreti fatti dagli Italiani ai comandanti locali, per fermare gli attacchi, e così giudicarono male i livelli di rischio.
Il giorno dopo al report del The Times, un comandante talebano e due ufficiali afghani hanno anche detto che le forze italiane avevano fatto accordi per prevenire attacchi alle loro truppe.
Bruce Riedel, già capo della politica afghana del Presidente Obama quest’anno, ora non più membro dell’Amministrazione, ha detto al Times che aveva sentito di affermazioni a proposito di pagamenti italiani durante un viaggio a Parigi, l’ultima settimana di settembre. Un imprenditore con legami stretti con il governo francese gli aveva detto che gli Italiani stavano pagando i Talebani e “avevano dimenticato di dircelo”, ha detto Riedel.
Roma ha rabbiosamente negato il report. “Il governo Berlusconi non ha mai autorizzato né permesso alcuna forma di pagamento ai membri della sommossa talebana”, ha detto l’ufficio del primo ministro.
Ignazio La Russa, Ministro della Difesa, insiste che le accuse “sono assolutamente spazzatura”. Ma l’opposizione francese ha chiesto spiegazioni urgenti al Parlamento, descrivendo il fatto come “molto serio”.
Ieri, Hervé Morin, ministro della difesa francese, ha detto che l’idea che un esercito paghi i Talebani per non attaccare le truppe, è contro la dottrina militare tradizionale. Ha aggiunto: “Non ho ragione di mettere in dubbio la parola del governo italiano”.
Anche il Canada è stato costretto a negare i resoconti sul pagamento fatto ai nemici in Afghanistan per mantenere la pace. Un servizio telefonico stranieri ha citato una fonte dell’esercito afghano secondo cui i soldati canadesi nella provincia di Kandahar pagava gli insorti.
“Non ho mai sentito di alcun tipo di pagamento fatto dalle nostre truppe per stare al sicuro”, ha detto il Tenente Colonnello Chris Lemay, portavoce della spedizione canadese.
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L’articolo del Times, sui presunti versamenti di somme di danaro al fine di tener buoni i gruppi afghani nei territori sotto il controllo dei militari italiani, chiama direttamente in causa i Francesi. Questi, dopo aver sostituito i militari italiani, non essendo al corrente del pratiche di pagamento, si sarebbero inconsapevolmente esposti all’aggressività dei locali, con ciò perdendo 10 militari, in un attacco diretto che all’epoca fece molto scalpore in Francia. Dunque risulta molto interessante leggere cosa scrivono i giornali francesi. Ad oggi, Le Figaro non ha pubblicato ancora niente, e quindi riporto quanto scritto dal Journal du Dimanche, versione online.
Imboscata: l’Italia è responsabile?
Le rivelazioni del Times hanno l’effetto di una piccola bomba. Secondo il quotidiano britannico, la morte dei dieci soldati francesi in Afghanistan nell’agosto 2008 potrebbe essere dovuta, in parte, al comportamento delle truppe italiane. L’armata transalpima avrebbe versato alcune migliaia di dollari ai taliban per assicurare la pace nelle loro zone di intervento, Saroubi, senza avvertire i Francesi. Roma smentisce.
L’esercito italiano ha causato la morte dei dieci soldati francesi, nell’agosto del 2008, in Afghanistan? E’ questo quanto afferma il Times, giovedì. Secondo il quotidiano inglese, le truppe francesi, che avevano preso il posto degli Italiani nella regione di Saroubi, nei pressi di Kabul, avrebbero valutato male i rischi della loro missione. La ragione? Non disponevano di una informazione essenziale, cruciale: i servizi segreti italiani avrebbero versato decine di migliaia di dollari ai comandanti talebani e ai signori della guerra locali per “assicurare la pace” nella regione. Si comprava la pace per “evitare le polemiche” in Italia sulle missioni militari in seno alle forze della coalizione. Il fatto che i Francesi non abbiano continuato a pagare i Talebani, avrebbe scatenato la loro rabbia contro i militari transalpini.
Secondo il The Times, i responsabili militari occidentali erano al corrente dei pagamenti ma le truppe francesi, nuove arrivate, non ne erano state informate. I soldati francesi hanno fatto “una valutazione non corretta dei rischi e delle conseguenze catastrofiche”, nella zona perché non sapevano dei pagamenti, afferma il quotidiano che si appoggia a molteplici testimonianze raccolte in seno allo stato maggiore della NATO. Sarebbe la ragione per cui le truppe francesi erano relativamente poco equipaggiati, e contavano su una copertura aerea che si è rivelata essere insufficiente.
Roma smentisce fermamente
“Si può giustificare di pagare i gruppi locali perché non siano violenti e per abbassare il livello di violenza, ma è una follia non informarne gli alleati”, ha affermato un alto ufficiale della Nato citato dal Times che afferma anche che i servizi segreti americano erano al corrente delle pratiche italiane. “Nel giugno 2009, molte settimane prima dell’imboscata, l’ambasciatore americano a Roma aveva presentato le proprie proteste presso il governo italiano”, scrive il quotidiano.
Il Times cita anche un capo tribù di Saroubi che afferma che gli Italiani e i talebani avevano delle buone relazioni: “era risaputo che i talebani non attaccavano gli Italiano, ma non si sapeva perché”. Se Parigi non ha ancora reagito, Roma dal canto suo ha fermamente smentito le rivelazioni del Times. “Questo giornale londinese, ancora una volta, non raccoglie che spazzatura…non ho mai sentito che i servizi segreti pagassero i capi talebani”, afferma il Ministro della Difesa. Secondo lui, il comportamento pacifico verso i soldati italiani non è legato al denaro ma al loro comportamento nel luogo: “Hanno sempre manifestato sempre una grande umanità verso le persone, che li hanno ricambiati. Gli Italiani escono, parlano con le persone e ne guadagnano la fiducia”, ha dichiarato Ignazio La Rissa al quotidiano Il Corriere della Sera.
I servizi del Premier Silvio Berlusconi hanno anche smentito giovedì queste informazioni, sottolineando che molti sono stati gli attacchi contro le truppe italiane nella prima metà del 2008, a riprova del fatto che Roma non ha fatto ricorso ad alcuna tecnica di scambio, “Il governo Berlusconi non ha mai autorizzato o permesso alcuna forma di pagamento agli insorti talebani, e non è al corrente di iniziative di questo tipo da parte del governo precedente”, si può leggere nel comunicato. L’Italia smentisce anche che l’ambasciatore americano a Roma si sia ufficialmente lamentato di tali pratiche dopo aver intercettato delle conversazioni telefoniche, come invece afferma il quotidiano britannico.
Jean Marc Ayraut, leader dei socialisti, ha richiesto un’audizione del Ministro della Difesa, Hervé Morin, davanti alla commissione della Difesa dell’Assemblea Nazione. “E’ molto grave se tutto ciò è esatto” ha detto il sindaco di Nantes. “Si pone un problema di coordinamento degli interventi militari….Non è che si mette in pericolo, a causa dell’organizzazione militare, la vita dei nostri soldati?”
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Ecco un interessante commento del Financial Times sul tentativo degli Italiani, nella persona di Berlusconi, di acquisire la spagnola Digital+, il tutto a spese di Telecom Italia.
L’Italia dovrebbe imparare che le trattative bilaterali richiedono equilibrio
di Paul Betts
Published: October 6 2009 20:01 | Last updated: October 6 2009 20:01
Può anche darsi che Berlusconi si trovi sotto assedio in politica interna, ma ciò non sembra mettere un freno all’appetito del premier, che ha tutta l’intenzione di espandere il proprio impero televisivo anche in Spagna.
La sua Mediaset già controlla la Telecinco, una delle più importanti reti libere spagnole. La società italiana vorrebbe adesso integrare un altro canale libero, Cuatro del gruppo spagnolo Prisa.
Si dice anche che Mediaset voglia acquistare Digital+, la piattaforma satellitare a pagamento di proprietà della Prisa. Il gruppo spagnolo ha messo i suoi canali in vendita per ridurre i suoi pesanti debiti.
Fino a poco tempo fa, la società Telefònica, l’operatore telefonico spagnolo, in società con Vivendi, il gruppo conglomerato francese di entertainment e telefonia, sembrava essere il candidato principale all’acquisto di Digital+. Ma la partnership franco-spagnola si è tirata indietro di fronte ad un prezzo troppo alto richiesto dalla Prisa, quasi 2.2 miliardi, secondo alcuni banchieri.
La Prisa potrebbe vedersi costretta a ridurre quello che molti considerano essere un prezzo eccessivo. Tuttavia, gli Italiano pare abbiano proposto un quid pro quo alla Telefonica. In cambio del ritiro da Digital+, l’Italia permetterebbe alla Telefonica di mantenere la sua grossa fetta in Telco, la compagnia che controlla Telecom Italia.
Telefonica acquistò la sua quota due anni fa, quando reinvestì una parte dei capitali derivanti dalla vendita di un’unità O2 in una trattativa strategica delle telecom italiane. Già a quell’epoca ci si aspettava che questo avrebbe rappresentato il primo passo verso una fusione tra Telecom Italia e Telefonica, o addirittura un conquista spagnola dei gruppo telecom italiani.
La Telefonica ha dovuto però scontrarsi con l’opposizione politica italiana. Berlusconi affermò l’anno scorso che era importante che Telecom Italia non cadesse in mani straniere. Il Ministro delle Telecomunicazioni italiano ha anche affermato che la quota di Telefonica in Telecom Italia pone un “problema rilevante”. Secondo qualcuno, la Fininvest di Berlusconi sarebbe interessata all’acquisto di una quota in Telco.
Ma se una settimana rappresenta in politica un periodo lungo, un anno costituisce un’eternità, soprattutto in Italia. Telefonica non ha intenzione di abbandonare l’Italia e considera la sua quota il Telecom Italia un investimento a lungo termine. Questo può non piacere ad alcuni investitori italiani o a qualche politico. Ma questi dovrebbero ricordarsi che in qualunque relazione sana tra gli Europei, in questo caso soci mediterranei, è necessario che ci sia un equilibrio bilanciato tra trattative industriali, e non come nel caso di Italia e Spagna una trattativa unilaterale.
Dopo tutto, gli Italiano sono andati in Spagna e si sono presi la loro società leader, Endesa, che a Madrid è anche più importante di quanto non lo sia la Telecom Italia. In cambio, gli italiani hanno bloccato gli sforzi di una società spagnola per fondersi con il più importante gruppo italiano autostradale, e hanno sistematicamente frustrato i ripetuti tentativi di una grossa banca spagnola di espandersi in Italia.
Il minimo che gli Italiani possano fare è di smettere di importunare Telefonica, indipendentemente dal fatto che Berlusconi abbia i suoi assets spagnoli o meno.
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Stefan Ulrich parla di un’Italia schizofrenica, storicamente portata ad avere pazienza nei confronti di uno Stato che “induce i cittadini a vivere nell’illegalità”, che vota Berlusconi ma che non crede nello stato di diritto. Anche lo stile linguistico di questo articolo è molto interessante, almeno per chi è annoiato dalla retorica spenta del giornalismo italiano. Dal quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung.
Il capo del governo italiano si comporta come un padrone assolutistico, e danneggia l’immagine del suo paese. Il popolo lo vota lo stesso – una schizofrenia che si può spiegare.
Per quanto tempo ancora dominerà Silvio Berlusconi? Per quanto tempo ancora gli sarà permesso di massacrare il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali ed i suoi oppositori politici bollandoli come “comunisti”? Per quanto tempo ancora gli Italiani gli permetteranno di abusare della loro pazienza?
Da 15 anni quest’uomo disinibito domina sul suo popolo, nelle vesti di leader dell’opposizione o come capo del governo. Durante questo tempo, l’Italia è diventato un paese peggiore. Si è arretrato economicamente. All’estero è preso a stento sul serio. Ha perso la sua unità interna.
Ora, una sentenza della Corte Costituzionale di Roma toglie al premier la sua immunità nei processi. E qualcuno comincia a sperare che un’altra Italia sia possibile. Ma spesso costoro sono rimasti delusi. Al contrario, spesso Berlusconi è riuscito a divincolarsi dalle grinfie dei pubblici ministeri e dei giudici.
Diversamente dal suo amico, ora defunto, ex-premier Bettino Craxi, lui non se ne andrà all’estero per potersi sottrarre indisturbato alla giustizia e godersi la pensione. Oh no. “Mostrerò agli Italiani di che pasta sono fatto”, ha ostinatamente risposto.
I suoi sottoposti, solerti, si danno da fare con il fai da te delle regole, per proteggere il loro capo. Contemporaneamente, Berlusconi prova a mettere il popolo contro lo stato di diritto. Egli è stato eletto, e quindi è sacrosanto: ha affermato in modo penetrante. Le sue smodate massime come “Viva l’Italia, viva Berlusconi!” dimostrano che quest’uomo mette sullo stesso piano gli interessi del popolo con gli interessi personali. Si comporta come un padrone assolutistico – se non addirittura come un dio, al di sopra del perdono del popolo.
All’inizio degli anni ’90, una coraggiosa squadra di giudici di Milano iniziò con “mani pulite” a ripulire il paese dalla corruzione e dalla signoria perdurante della Democrazia Cristiana, senza successo. Oggi, alla guida del paese c’è un uomo che si cuce su misura tutte le libertà, anche quando le sue mani sono sporche.
Eppure, una maggioranza di Italiana ogni volta sceglie Berlusconi e sarebbe ancora disposta, se i sondaggi non ingannano, a dargli fiducia. E questo a dispetto del fatto che il paese arranca e il governo faccia poco per cambiare rotta. Paragonata al “leone della libertà”, come Berlusconi si fa chiamare, la grande coalizione di Berlino fu più riformista. Ma allora che cosa tiene gli Italiani incollati al loro premier?
A questa domanda gli osservatori dall’estero rispondo con perplessità, quasi divertiti: gli italiani sono “appianati” [dal tedesco, eben, agg.=piano, uniforme]. Amano lo spettacolo e la bellezza, si lasciano abbindolare dalle vanterie di Berlusconi, dalle sue relazioni sessuali, dal suo denaro, dalle sue televisioni e dal suo ottimismo “da far digrignare i denti”.
Eppure tutto ciò non basta per spiegare il suo successo. Gli Italiani non sono più stupidi di altri democratici. Molti riescono a vedere in modo preciso le debolezze del Cavaliere, il suo essere innamorato di sé e la sua mancanza di sostanza politica. Eppure lo votano lo stesso.
La schizofrenia si spiega così. Lo Stato italiano da molto tempo sa che i suoi cittadini non si fidano più di lui e che, quando possono, si tirano indietro. Lo Stato reagisce, varando norme sempre più severe, che siano norme di circolazione stradale, norme edilizie o norme fiscali. Il cittadini si sottraggono sempre di più, e lo Stato aggiunge “sempre più legna”.
Una fitta rete di regole, che soffocherebbe gli Italiani se si mettessero a rispettarle. Così, è lo Stato che indice i suoi cittadini a vivere nell’illegalità. Lo Stato rende l’Italia, in misura considerevole, un paese dalle mani sporche. Molte persone si sentono come se vivessero in uno stato latente di torto, e devono convivere con il timore dei controlli, dei processi e delle sanzioni.
Ed ecco che in questo stato, gli si presenta un uomo che – apparentemente – se la passa allo stesso modo. Berlusconi promette di porre un freno. Egli rimprovera la molesta giustizia penale. Egli suggerisce che un po’ di corruzione è delitto cavalleresco. Non sono un politico, ma uno di voi, dice Berlusconi, e in questa c’è qualcosa di vero. Molti cittadini, di destra e di centro, si sentono risollevati. Pensano: con Berlusconi lo Stato non migliorerà, ma almeno ci lascerà in pace.
A questo malumore di Stato – radicato in una cattiva esperienza storica – la Sinistra sfilacciata riesce ad opporre poco. Quale politico deve presentare come alternativa a Berlusconi? Non conosce la risposta. Solo un comico rivoluzionario ed un giornale di sinistra “La Repubblica” tentano di colmare questo vuoto. Ma non possono sostituirsi ad una opposizione forte, di cui una Democrazia sana non può fare a meno.
E così alla giustizia civile è demandato il compito di far vacillare il Cavaliere – ed è giusto perché per lunghi anni lo ha portato sulle sue spalle. I suoi elettori potrebbero accorgersi un giorno che Berlusconi può essere utile nell’immediato; ma, a lungo termine si rivela un elemento a svantaggio di tutti gli Italiani. Non basta più che dei politici accorti, come il presidente della Camera, il conservatore Fini si ribellino con cautela. Devono passare alla protesta. Cero, sarebbe rischioso, perché Berlusconi è ancora potente. Eppure, Fini potrebbe essere un leader credibile in un’epoca in cui la pazienza che gli Italiani hanno per Berlusconi si sta esaurendo.
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Quali sono gli scenari possibili dopo la bocciatura del Lodo-Alfano? Richard Owen, del Times, prende in esame quattro diverse prospettive.
dal Times Online, vai all’articolo originale, October 7, 2009
1. Berlusconi continuerà come se nulla fosse accaduto
Difficile: una serie di processi sono stati “congelati” per effetto della legge da lui fatta varare l’anno scorso, che gli garantiva l’immunità: le Procure li scongeleranno senza dubbio. Tra questi pesano le accuse emerse a seguito del caso David Mills, suo ex-legale fiscale, già incolpato per una falsa testimonianza a seguito di una bustarella di $600.000, relativa ad atti di corruzione nei processi degli anni ’90. Mills ha preso 4 anni e mezzo per questo reato, a marzo: il suo appello è fissato per Venerdì a Milano, e la difesa di Mills ha chiesto a Berlusconi di comparire come testimone. Ma probabilmente si troverà sul banco degli imputati, invece. Ci sono, inoltre, una serie di altre indagini tra cui una che prende in esame un presunto tentativo di persuadere dei senatori di centro-sinistra a disertare il già fragile governo di Romano Prodi, due anni fa. Non mancano presunti legami del Primo Ministro con la Mafia.
2. Si dimetterà e ci saranno le elezioni
Il suo portavoce dice che non lo farà, ma potrebbe essere tentato. La sua popolarità è crollata in questi anni dal 63% al 47%, a causa degli scandali di sesso e del suo divorzio pubblico. Tuttavia, il centro-destra, come coalizione, mantiene la testa nei sondaggi, con circa il 48% e un centro-sinistra, demoralizzato e con fratture interne, con appena il 35%. Berlusconi potrebbe favorire un governo “tecnico” e poi indire le elezioni nazionali in coincidenza con le prossime regionali a marzo. Se dovesse vincere, avrebbe il mandato popolare per cambiare la Costituzione e consentirgli di reintrodurre la legge sull’immunità.
3. Ci sarà un golpe interno contro di lui
I suoi nemici politici, all’interno della coalizione di destra, affermano che il verdetto è la goccia che fa traboccare il vaso, dopo mesi di pubblicità imbarazzante e dannosa. Ovviamente il leader di tale rivolta è Gianfranco Fini, ex-neofascista, ora conservatore e co-fondatore del PDL.
Fini ha partecipato oggi al nuovo “think-tank”, un pensatoio luogo di idee e proposte, di Luca Cordero di Montezemolo, presidente della FIAT. Fini ha negato le ipotesi sulla formazione di una grande coalizione o di un governo di emergenza nazionale che coinvolga imprenditori come Montezemolo e, anche, elementi del centro-sinistra. Il momento di Fini potrebbe essere arrivato, magari non subito ma nei prossimi mesi quando la posizione di Berlusconi peggiorerà.
4. Berlusconi si dimetterà come Premier e come leader del centro-destra
Improbabile, data la natura del personaggio, che si considera come il salvatore ammirato ed amato dell’Italia. In passato, però, ha minacciato di gettare la spugna a seguito della marea di accuse e rivelazioni, e di lasciarsi alle spalle una nazione ingrata per andarsene all’estero. Se I suoi problemi legali continueranno a crescere, o se intravedesse il rischio della prigione, egli potrebbe anche essere tentato di andare in esilio come fece il suo mentore Bettino Craxi, un altro Primo Ministro screditato, nel 1994, anno in cui Berlusconi entrò in politica. Craxi morì in esilio in Tunisia.
E’ il titolo della Sueddeutsche Zeitung, vai all’articolo originale
Dopo la morte di 50 persone, in Sicilia le cose sono più chiare: la colpa non è solo della pioggia. |
Si parla di tragedia annunciata. Già due anni fa, nell’ottobre del 2007, dopo forti piogge, ci furono slavine di fango per le strade di Giampilieri. Automobili rovesciate, casa distrutte, porte ostruite da fango. Solo che non ci furono vittime.
Ora, dopo la catastrofe di giovedì notte, a Giampilieri ed a Scaletta Zanclea tutto è cambiato eppure niente è mutato.
La televisione italiana mostra le case e le strade distrutte, mentre la procura di Messina ha attivato una procedura contro ignoti. Tra le cause della tragedia non si menzionano solo le case abusivamente e pericolosamente costruite sul limitare del declivio. I contadini e i pastori hanno poi contribuito a distruggere la vegetazione, ed il suo effetto stabilizzante. Come ha detto Roberto, 35, proprietario di un bar a Scaletta: “gli incendi hanno indebolito le radici, non ci sono più alberi, ognuno si costruisce la propria casa, dove vuole, la amplia in ampiezza e altezza. Sapevamo tutti, dovevamo solo aspettare. E’ già accaduto 2 anni fa. I morti li portiamo sulla nostra coscienza,
In passato ci sono stati episodi ripetuti di alluvioni in Sicilia. Le amministrazioni locali, nonostante gli aiuti finanziari, non hanno provveduto in tempo utile a costruire delle strutture adeguate. Il comune di Giampilieri aveva ricevuto, nel 2007, ben 11 milioni di Euro dallo Stato.
Solo pochi giorni fa erano stati fatti i primi insufficienti lavori di stabilizzazione. “La regione aveva il denaro, ma non lo hanno utilizzato per i lavori di stabilizzazione”, ha detto il ministro Prestigiacono. Bertolaso ha detto che il responsabile della catastrofe è l’abusivismo edilizio: “L’acqua si scava la sua strada, e se ci sono case dove non dovrebbero essercene, allora succede quello che vediamo”. Per rendere sicure le zone a rischio catastrofi naturali in Italia, sarebbero necessari 25 milioni di Euro.
Secondo una ricerca della Legambiente e della Protezione Civile, in Italia sono 5.581 i comuni sotto minaccia di catastrofe naturale, nella maggior parte dei casi alluvioni. In quasi l’80% dei comuni italiani, le case sono costruite in zone pericolose. “Dobbiamo smettere di pensare a progetti senza senso come il ponte di Messina, e investire il denaro per la sicurezza della comunità”, ha detto Vittorio Cogliati Dazza, il Presidente di Legambiente. I lavori del ponte, del valore di sei miliardi di Euro, dovrebbero cominciare tra poco.

