Date un morso alla torta bielorussa

2009 Dicembre 3

Non ci sono segnali di un disgelo europeo nei confronti della Bielorussia. Sicuramente la reputazione di Berlusconi non risentirà dell’incontro con “l’ultimo dittatore d’Europa”. Ma pare che non sia stato il Berlusconi politico quello che questa settimana abbiamo visto in Bielorussia a Minsk, ma il Berlusconi uomo d’affari.

Sul canale russo delle news RT, viene commentata la visita di Berlusconi a Minsk, e si paventa la possibilità che dietro ci sia Putin.

L’intuito per il business che contraddistingue il capo del governo italiano, ha portato Silvio Berlusconi a Minsk – ed è il primo leader di un paese occidentale a far visita, da più di un decennio, alla Bielorussia.

Di sicuro non c’è la fila di politici all’ingresso per Minsk, né è risaputo che alcun leader europeo stia pianificando di fare visita al vicino della Federazione Russa. Il viaggio di Berlusconi fu già annunciato a Roma, nella prima parte di quest’anno, dopo la sua cena con Aleksandr Lukashenko.

Il milionario italiano, magnate dei media, è bravo a costruire legami commerciali, soprattutto con la Russia, la Libia e la Turchia. Ed ora sta prendendo in considerazione la Bielorussia.Read more

Durante la sua recente visita in Russia, Berlusconi ha lavorato per procurare contratti russi alla Finmeccanica, che si occupa di aerospaziale e di difesa. Ovviamente ha fatto lo stesso a Minsk. La Finmeccanica ha firmato un accordo con il governo bielorusso, di cooperazione nel campo del trasporto, energia, spazio, e sistemi di difesa.

Vale la pena dire che gli uomini d’affari italiani non contano solo sui pochi consumatori (9.8 milioni) del mercato bielorusso, ma guardano anche al mercato (170 milioni) della Customs Union approvata dai presidenti della Bielorussia, Kazakhstan e Russia, appena tre giorni prima della visita di Berlusconi.

Inoltre, la promessa fatta da Lukashenko di condizioni migliori offerte ai “primi avventori” rende molto promettente questo mercato che, per il 2010, andrà incontro ad un importante processo di privatizzazione. Stando ai termini dell’accordo della IMF-Bielorussia, lo Stato bielorusso dovrà vendere l’anno prossimo almeno sei grandi imprese. Al momento la lista include la società di telecomunicazioni più grande di questo paese, la Beltelecom. Visto che la crisi è molto lontana dal dare segnali di fine, le autorità di Minsk potrebbero decidere di vendere per evitare all’economia di andare in bancarotta.

Cercando una spalla amica

Sicuramente, la visita di Berlusconi può essere considerata come il primo vero passo che porta le relazioni tra la Bielorussia e l’Europa su un nuovo livello. Dopo la fine dell’isolamento di quest’anno, dopo l’invito a partecipare al programma europeo sulla partnership orientale, il presidente bielorusso ha fatto due visite ai paesi europei. Una visita dall’altro lato potrebbe essere un segnale della disponibilità di Bruxelles a migliorare le relazioni.

Ad ogni modo, i colloqui italo-bielorussi sono stati soprattutto di tipo commerciale, e di cooperazione con l’Italia ed in particolare con Finmeccanica, aprendo così delle interessanti prospettive in più di una direzione per la Bielorussia.

In primo luogo, si fissa così un nuovo modello di cooperazione, che ben si addice agli standards fissati da Lukashenko: prima l’economia, e poi l’economia – niente bla bla bla su diritti umani, democrazia e cose del genere. D’ora in avanti, il leader bielorusso avrà un buon alleato a cui riferirsi quando discuterà dei termini della cooperazione con Bruxelles, o con qualche altra capitale europea.

In secondo luogo, una cooperazione italo-bielorussa nel campo della meccanica, dell’industria militare, dell’energia e dei trasporti, potrebbe aprire una strada per Minsk di integrazione economica con l’Europa, basata sulla modernizzazione dell’industria nazionale.

Anche se ha costruito insieme alla Russia (e al Kazakhstan) la Customs Union (Unione Doganale), Lukashenko è disperatamente alla ricerca di un modo per “diversificare” l’economia del suo paese – cioè di renderla meno dipendente dalla Russia. Fino ad oggi, l’unica prospettiva di integrazione europea realistica (ma anche inaccettabile), per Minsk, era legata alla de-industrializzazione e altre procedure “scioccanti”, ben note nell’Europa orientale. La mancanza di opportunità di entrare nello spazio economico europeo con un’industria pesante diversa, risulta essere il maggiore ostacolo al riavvicinamento tra la Bielorussia e l’UE. Se gli accordi tra l’Italia e la Finmeccanica propongono di trasferire la tecnologia italiana all’industria bielorussa, si potrebbe aggirare il problema e dare una spinta alla politica europea di Lukashenko.

Tuttavia, difficilmente si riesce ad immaginare Berlusconi a Minsk con la nobile missione di salvare un’economia post-sovietica dal collasso, promuovendo lo sviluppo industriale. In tempi di crisi, quando la domanda crolla e l’industria meccanica soffre la peggiore delle recessioni, l’industria italiana ha bisogno di nuovi consumatori.

Inoltre, è possibile che le attività del primo ministro a Minsk, vengano coordinate con quelle del “grande amico” di Berlusconi, Vladimir Putin, che ha fatto una serie di incontri importanti con Berlusconi nel corso di quest’autunno. Si può per questo ipotizzare che gli investimenti italiani in Bielorussia tra il 2009 e il 2010, siano in realtà investimenti russi che avrebbero trovato una via più lunga ma più sicura verso lo stato bielorusso.

Quali che siano gli interessi ed i piani dietro i sorrisi di questo incontro a Minsk, lo show in sé ha costituito per la Bielorussia un successo senza precedenti.

Darya Sologub for RT

 

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A Milano, il centro europeo del terrorismo

2009 Dicembre 1
di antonellaferrara

 

Due ex detenuti di Guantanamo, che saranno processati in Italia con accusa di terrorismo, sono stati collegati ad un centro islamico  di Milano, descritto dalle autorità statunitensi come la stazione europea principale di Al-Qaeda, prima degli attacchi dell’11 settembre. Così è stato riferito giovedì scorso da fonti ufficiali.

 

di VICTOR L. SIMPSON, The Associated Press , Tuesday, December 1, 2009; 9:15 AM

 

Adel Ben Mabrouk, 39, e Mohamed Ben Riadj Nasri, 43, tunisini, sono arrivati in Italia lo scorso lunedì e sono stati subito presi in custodia a Milani, Entrambi sono accusati di essere membri di un gruppo terrorista con legami ad Al-Qaeda, reclutatori di combattenti per l’Afganistan.

Nasri ha parlato con i giudici la scorsa notte, e Mabrouk sarà interrogato nei prossimi giorni.

L’avvocato Roberto Novellini ha detto che Nasri “è stato ascoltato”, che sta bene e che è solo un po’ stanco per il viaggio. Ha anche aggiunto che Nasri ha parlato del perché è stato a Guantanamo, e delle circostanze del suo trasferimento.

Il Ministro degli Esteri, Frattini, ha detto martedì che Washington aveva chiesto all’Italia di accogliere ancora più detenuti di Guantanamo, e anche che sarebbe stato consegnato un elenco di nomi al vaglio delle autorità italiane.

Berlusconi aveva promesso ad Obama, durante un incontro alla Casa Bianca del giugno scorso, che l’Italia avrebbe accettato altre tre persone per venire incontro all’amministrazione U.S.A. che vuole chiudere il carcere di Guantanamo.

Frattini ha rifiutato di fornire dettagli sul terzo nominativo o sulla data del suo arrivo. Ma ha detto che l’Italia ha dato il consenso ad accettare altri detenuti, confermando anche la consegna dell’elenco dei nomi ora sotto esame.

Frattini ha anche detto che fino ad ora non è stato ancora deciso quali detenuti accettare.

L’Italia ha accolto i Tunisini come un “concreto segno politico” dell’impegno italiano ad aiutare gli U.S.A. a chiudere Guantanamo, come ha detto il Ministro Alfano lo scorso lunedì.

Gli inquirenti hanno detto che due collaboratori inseriti nel programma di protezione italiano hanno prodotto testimonianze a carico dei due tunisini. Il Ministro degli Interni Maroni ha aggiunto che desidera che i due siano subito processati. 

Secondo gli inquirenti, un avvocato ed una trascrizione in mano alla Associated Press, entrambi gli uomini frequentavano il centro islamico di Milano negli anni ’90, definito da un rapporto statunitense come “la principale stazione di Al-quaeda in Europa”.

Lazhar Ben Mohamed Tlil, un testimone chiave, ha detto che Nasri, noto come Abou Doujana, era capo di una organizzazione di tunisini in un campo afgano, dove le reclute ricevevano sia una formazione militare che ideologica. Il testimone ha detto che fu in questo campo che a lui ed ad un’altra recluta fu insegnato che “uccidere gli infedeli era un dovere per ciascun musulmano”, e dove furono preparati per compiere attacchi suicidi.

Secondo la stessa fonte, Nasri viaggiava dall’Italia all’Afganistan, reclutando tunisini per le missioni suicide.

Obama ha confermato il mese scorso che non avrebbe potuto rispettare la scadenza di gennaio per la chiusura del carcere – in parte a causa della difficoltà di persuadere altre nazioni ad accogliere i detenuti.

Nasri è stato catturato dagli americano dopo essere stato ferito nel bombardamento di Tora Bora, già noto come collegato ai combattenti musulmani bosniaci, e per spaccio di denaro falso in Italia. A sua volta Nasri nega di essere membro di un gruppo islamico, o addirittura di essere a capo di uno.

In Italia, Nasri è accusato inieme ad altre otto persone di associazione a delinquere, per aver aiutato organizzazioni di immigrazione clandestina e per terrorismo, dal 1997 al 2001.

Mabrouk, dal canto suo, ha vissuto in Italia prima di trasferirsi in Afganistan, nel 2001. Secondo le autorità americano, anch’egli ha legamo con Al-qaeda, già condannato a 20 in Tunisia per terrorismo.

Vai all’articolo originale, pubblicato sul Washington Post, clicca qui, a nome della Associated Press writers Colleen Barry, Nicole Winfield and Frances D’Emilio contributed to this report.

 

 

Silvio è rock!

2009 Novembre 23

Rolling Stone Italia dedica la sua copertina di dicembre a Silvio Berlusconi, nominato come rockstar dell’anno, per il suo carattere, il suo stile ed il suo modo di vivere. Chi si stupisce di questa scelta, può anche voler sapere che la storica rivista di San Francisco vanta una  lunga tradizione di copertine dedicate ad un politico o ad eventi storici importanti. Sul sito americano di Rolling Stone possiamo ammirare la gallery delle copertine suddivise per categorie: tra cui spicca quella dei “National Affairs”, affari nazionali.

L’ultima copertina dedicata ad un politico, negli Stati Uniti, risale al 6 maggio 2006, con un titolone in nero che poneva la domanda retorica: “Il peggior Presidente della Storia?”

Uno dei maggiori storici afferma che è George Bush

Forse sulla scia di questa tradizione, cioé di occuparsi anche dei personaggi politici, Rolling Stones Italia ha affidato il ritratto di Berlusconi a Shepard Fairey, “lo street artist autore della leggendaria icona di Obama per la sua vittoriosa campagna elettorale”.

"Rockstar dell'anno, Silvio", e poi strappa il tricolore.

Vai alla galleria sulle copertine dedicate negli Stati Uniti agli affari nazionali, clicca qui

Vai al sito di Rolling Stone Italia, clicca qui

Se ne va, o non se ne va?

2009 Novembre 15

Per l’inglese Sunday Times:

Jose Mourinho ritornerà per allenare il Manchester United

 

di Duncan Castles, 15/11/2009

Dopo il controverso articolo di Patrick Barclay, il Sunday Times risponde a Mourinho.

JOSE MOURINHO ha definito il Manchester United come la squadra ideale per ritornare al calcio inglese, e crede che Sir Alex Ferguson lo raccomanderà come suo successore. Mourinho è alla sua seconda stagion all’Inter, ma non prevede una permanenza lunga in Italia, dove la gerarchia sportiva non si è dimostrata ricettiva nei confronti dei metodi che gli hanno fruttato, in passato, cinque titoli in sette anni.

Recentemente, Mourinho ha espresso la sua intenzione di ritornare al calcio inglese, se gliene sarà data la possibilità. Secondo lui, la Premier League è il campionato che meglio si adatta al suo stile. “Sto pensando al futuro in termini di sviluppo dei giovani e struttura d’età”, ha detto del suo lavoro con l’Inter, “ma l’Italia non è un paese adatto a questo. L’Inghilterra sì, ed il mio calcio è calcio inglese”.

Il suo primo obiettivo è quindi di lavorare al Manchester United. Mourinho ha sviluppato una relazione stretta con Ferguson, ed è plausibile che lo scozzese giocherà un ruolo significativo nella scelta del proprio successore. Anche se Ferguson, 67 anni, non ha ancora una data fissa di ritiro, si prevede che se ne andrà quando vincerà di nuovo una coppa europea. Lo stesso Ferguson ha dichiarato che non continuerà a lavorare a 70 anni.

Ad ogni modo, nella giornata di ieri, Mourinho ha provato a rassicurare l’Inter dicendo che al momento prevede di restare, anche se non ha negato che le parole citate erano le sue.

L’articolo termina con un riferimento a quanto dichiarato dall’allenatore sul sito ufficiale dell’Inter, e rammenta anche che il suo contratto scadrà nel 2012.

Vai alle dichiarazioni di Mourinho sul sito ufficiale dell’Inter, clicca qui.

Vai all’articolo originale del Sunday Times, clicca qui.              

Vai all’articolo di Patrick Barcley, clicca qui.

The Times vs riforme all’italiana

2009 Novembre 13

“La vista di Silvio Berlusconi, il controverso Primo Ministro italiano, che cambia la legge a proprio beneficio, è diventata talmente familiare che c’è il rischio che gli italiani – e il mondo – la accettino come normale.”

Richard Owen del Times, oggi scrive di un Berlusconi nervoso, riformatore non tanto del sistema giudiziario italiano, ma della democrazia occidentale (nel senso letterale di persona forma di nuovo).

I suoi critici affermano che egli stia minando il sistema giudiziario di una democrazia occidentale, invece di sostenerlo.

Si parla ovviamente della riforma per abbreviare i processi in Italia, che gode di un sistema giudiziario “kafkiano”.

Berlusconi, 73 anni, sta conducendo una battaglia contro il sistema giudiziario da quando è entrato in politica, 15 anni fa. Egli è fermamente convinto che tutti i giudici, pubblici ministeri e magistrati, siano “comunisti” che fanno parte di un “gruppo sovversivo”, che ha lo scopo di strappargli il potere.

Quando recentemente Berlusconi ha affermato di essere l’uomo più perseguitato dalla storia, molti (fuori dall’Italia) hanno sorriso. Eppure lui sapeva bene a cosa si riferiva. L’ossessione di Berlusconi con i “comunisti” sembra bizzarra 20 anni dopo la caduta del muro di Berlino – ma non è strana agli occhi degli italiani per i quali la guerra civile tra Comunisti e Fascisti dura, in diverse forme, dalla seconda guerra mondiale.

Il suo dono populista, la sua capacità di rapportarsi all’uomo della strada, accoppiata al controllo dei media, ci aiuta a spiegare perché Berlusconi sia stato eletto per ben tre volte. Molti italiani accettano senza riserve la sua più volte ripetuta asserzione di “essere stato scelto dal popolo”, e che questa qualità lo pone al di sopra dei giudici che lo vogliono processare.

Lasciando da parte il fatto che una parte degli italiani ha votato per altri partiti del centro-destra, e non per lui personalmente, anche altri capi di stato in altre democrazie occidentali hanno il mandato popolare, eppure si assoggettano alla regola della legge. Nessuno di loro ha mai posto la questione della tendenza politica di un giudice, destra o sinistra non importa. L’indipendenza del potere giudiziario è elemento fondante della democrazia.

Dopo aver accennato agli ultimi fatti noti riguardanti Berlusconi, continua:

L’effetto corrosivo delle sue infinite battaglie con la legge e con la stampa, si rivolge contro lo stesso Berlusconi e contro la sua coalizione sempre più frazionata. Come ha detto La Stampa, egli è solo, tormentato, nervoso, sofferente. Perfino Il Giornale ammette che il Primo Ministro è molto amareggiato.

E’ furioso con Fini, suo probabile successore, che lo ha appoggiato nella sua battaglia per la riforma della giustizia, ma che ha bloccato la drastica versione che Berlusconi ha fatto per proteggersi dai futuri processi, e da quelli in corso.

Il Primo Ministro, continua Owen, potrebbe nel lungo termine pagare un prezzo molto alto al suo partito, che sta cominciando a rendersi conto del pesante impatto sull’opinione pubblica italiana ed estera, di un Premier che usa il potere per risolvere i suoi problemi.

“Mr. Fini”, cortese, astuto, sicuro di sé, che ha compiuto un “viaggio degno di nota” dal neo-fascismo al conservatorismo, fino a diventare Presidente della Camera dei Deputati, offre uno stile di leadership alternativo e deliberatamente distinto. A 57 anni, sta ovviamente aspettando che giunga il suo momento.

Per leggere l’articolo originale, clicca qui.

Come si traduce in italiano, “Viva Italia”?

2009 Novembre 8

Questioni di Traduzioni

Stamane, come al solito, vado alla ricerca dei commenti internazionali concernenti il Bel Paese. Non navigo da molto che mi fermo su un articolo dal titolo inequivocabile

¡Viva Italia!

 

Si tratta di un articolo dello scrittore spagnolo, JUAN JOSÉ MILLÁS, del 6 novembre 2009 pubblicato su ELPAIS.com,  Edición impresa, nella rubrica Última. La curiosità non impiega molto a prendere il sopravvento, e mi butto nella lettura per vedere subito cosa scrive dell’Italia l’inventore dei cosiddetti “Articuentos” (neologismo nato dalla fusione di articolo+racconto).

Ma, l’articolo non parla, almeno non in modo esplicito, dell’Italia. L’autore, discutendo delle manovre politiche del Señor Rodrigo Rato, conclude:

“Il bello è, amici, che questa non è corruzione, ma salute democratica, potenza finanziaria, capacità di negoziazione, dimostrazione di autorità, putrefazione politica, miseria pubblica, assalto a mano armata o guerra. Siamo senza parole, alla fine. ¡Viva Italia!”

Come tradurre ¡Viva Italia! ?

Se, tra le varie norme da seguire nella traduzione c’è la necessità di rispettare la coerenza del testo, la scelta di lasciare invariato quel “Viva Italia”, appare, rispetto all’argomento dell’articolo, quanto meno incomprensibile.  

Quindi, il traduttore si ritrova costretto ad andare alla ricerca del significato profondo di un’espressione molto vicina alla lingua d’arrivo (cioè praticamente italiana), per afferrare le denotazioni e le connotazioni di quelle due parole così come contestualizzate all’interno non solo del brano intero, ma della cultura generale a cui l’autore di quel brano fa riferimento quando sceglie determinate parole e non altre.

In soldoni, cosa significa “Viva Italia” per i lettori di tutto il mondo di El Pais? Sorge il dubbio che tutti quei bei concetti – dalla corruzione alla putrefazione politica – siano in qualche modo collegati a quello che l’Italia rappresenta nell’immaginario comune non italiano.

Un esempio simile è la parola italiana “imbroglio”, che spesso si incontra nei giornali francesi, come prestito linguistico (sottolineo prestito all’interno della lingua francese!) per significare tutto ciò che non ha le caratteristiche della chiarezza.

E’ per questo motivo che ho pensato bene di rivolgere la domanda all’autore, scrivendo nel mio cattivissimo spagnolo, e per giunta di getto, un post sul forum ufficiale di Juan Josè Millas.

“Perché, in un articolo che parla di politica spagnola, e di una situazione per la quale l’autore, persona che lavora con le parole, ammette di non avere più parole, perché questo articolo termina con un’espressione che fa riferimento all’Italia, o a delle opere con il titolo <Viva l’Italia>?”

(Già, mi era venuto in mente il film di Roberto Rossellini! ma anche il disco degli Inti Illimani).

La domanda, ovviamente, non ha alcun intento polemico e, anzi, probabilmente si fonda su dei preconcetti propri di chi rivolge la domanda e non di chi è invitato a rispondere. 

Per leggere l’articolo di Juan José Millas, clicca qui.

Per intervenire nel forum di Juan José Millas, clicca qui.

Sul prestito linguistico vedi anche, Donne di scorta.

 

In volo vs la Russia

2009 Ottobre 21

 

In volo verso San Pietroburgo, il Primo Ministro italiano saprà sicuramente che il suo arrivo nella città sulla Neva è stato preceduto dalla sua fama. Venerdì, 9 ottobre 2009, il St. Petersburg Times pubblica un articolo su Berlusconi, e sulle sue dichiarazioni all’indomani della bocciatura sul Lodo Alfano:

Il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi ha affermato giovedì che andrà in TV e che apparirà nelle aule dei tribunali per provare che le accuse di corruzione ed evasione fiscale, nei due processi contro di lui, sono false.”

Vai all’articolo originale

Anche il canale di stato RT, poco incline a seguire le tendenze mediatiche globali, nell’ambito del programma Spotlight, ha trasmesso un servizio sul presidente dell’AC Milan attualmente sotto la luce accecante dei riflettori. Il servizio si intitola “Lo strano caso di Silvio Berlusconi”, e  secondo gli autori:

si tratta di una caso che esemplifica le relazioni tra i poteri esecutivo, giudiziario e mediatico (avevato pensato al terzo termine delle trilogia, legislativo?). Il futuro politico del Primo Ministro italiano si trova sul banco degli accusati dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato la norma che gli dava l’immunità. E’ una decisione buona o cattiva per l’Italia e per la democrazia italiana?

Per rispondere a queste domande, il conduttore del Al Gurnov ha intervistato il Prof. Paolo Mancini, Ordinario di Sociologia della Comunicazione, presso l’Università di Perugia, di cui si specifica “che non è per niente un tifoso di calcio”.

Al Professore viene subito chiesto come abbia reagito il pubblico italiano alla notizia della bocciatura del Lodo Alfano, e se gli Italiani si siano messi a ridere. Mancini risponde che non si può propriamente dire che gli Italiani si sono messi a ridere. Ma Al Gurnov incalza, ridendo, chiedendo se Berlusconi abbia ancora la maggioranza, e Mancini risponde che si può fare una divisione in classi sociali a questo proposito. La classe inferiore e quella media sono a favore di Berlusconi, gli intellettuali invece lo odiano (la stratificazione per livelli di istruzione è un classificazione che il prof. riproporrà al termine dell’intervista).

Segue un servizio sul “numero impressionanti di cause penali che riguardano Berlusconi” che termina con l’affermazione della giornalista Elena Demidova “Berlusconi ha detto che non rassegnerà le dimissioni”. Al Gurnov così chiede a Mancini di spiegare al pubblico le ragioni del comportamento “stravagante” del Premier italiano. Mancini replica che non si può definire stravagante il comportamento di un uomo che “parla alla gente”, e che fa e rappresenta quello che la gente normale vorrebbe fare e essere. A chi non piacerebbe essere ricco ed avere belle donne, in un certo senso Berlusconi rappresenta l’uomo medio italiano, afferma Mancini. Al Gurnov allora interviene dicendo che in Russia, quando si vota una persona è perché lo si vede adatto a ricoprire una determinata funzione pubblica, non perché lo si vede a “godersi la vita”. “Gli italiani sono diversi?”. Il professore di Urbino corregge quindi il tiro, dicendo che in realtà Berlusconi trascorre la maggior parte della sua giornata a occuparsi della vita pubblica italiana, e che quella piccola parte dedicata alla vita privata suscita l’interesse delle persone “comuni”.

Al Gurnov chiede poi se attualmente Berlusconi abbia dei problemi con i suoi colleghi in Europa, e Mancini risponde affermativamente, poiché i colleghi europei si trovano nell’imbarazzo di dover trattare con questo “guy”, ragazzo che, nonostante tutto, è legittimato dal voto popolare a ricoprire la funzione di Premier.

Gli italiani mettono sullo stesso piano scandali sessuali e scandali legali?, chiede Al Gurnov per indagare se sul futuro di Berlusconi peserà di più la pronuncia della Corte o della Chiesa. Il professore risponde, un po’ imbarazzato, che i due problemi suscitano entrambi forte interesse.

Dopo la pausa pubblicitaria, Al Gurnov chiede di spiegare come mai Berlusconi, contro ogni previsione, vince sempre. E’ una dimostrazione della incapacità dei suoi colleghi politici o c’è un’altra spiegazione per la sua “incredibile (impensabile) popolarità”. Mancini risponde che Berlusconi è un grande comunicatore e che sull’altro versante c’è un centro-sinistra molto frammentato, incapace di esprimere un unico leader. E si arriva alla domanda che tutti si pongono: “Lei pensa che Berlusconi ed il suo partito sopravviveranno alle prossime elezioni nazionali?”. Senza fare previsioni, Mancini risponde che bocciatura del Lodo-Alfano da un lato, e scandali sessuali dall’altra, possono influenzare il modo in cui i cattolici percepiscono la figura di Berlusconi. Al Gurnov così chiede apertamente: “Lei crede che la Chiesa possa avere un ruolo importante?”. Mancini: “Sì, assolutamente sì. Ed è quello che Berlusconi intende evitare, una posizione ufficiale della Chiesa”.

Al Gurnov: “Berlusconi è un pericolo per la democrazia?”. Mancini  risponde negativamente, e aggiunge che anche nell’ambito della questione sulla libertà di stampa, nonostante il tentativo di Berlusconi di impadronirsi delle televisioni e dei giornali, non si può dire che in Italia non ci sia la libertà di stampa. Dopo aver spiegato poi che il Lodo-Alfano è stato bocciato in Italia non per una questione di sostanza ma per una questione di forma, Paolo Mancini spiega che Berlusconi ha sbagliato a intraprendere la via della legge ordinaria.

Al Gurnov gli chiede poi della natura dei rapporti tra Berlusconi e Putin, e vuole sapere se i vantati ottimi rapporti siano veramente da accreditare alla personalità di Berlusconi, o se sono semplici rapporti tra due capi di stato, indipendentemente da chi siano le persone. “Credo che Berlusconi sia molto bravo negli affari, e credo che sia molto bravo negli affari privati, e in quelli di stato, perché è un ottimo comunicatore”.

Infine, Al Gurnov chiede a Mancini cosa pensa del premio Nobel per la pace assegnato a Barack Obama, un leader impegnato in varie guerre (rammentiamo che la notizia è stata appresa con molto stupore in Russia). Mancini risponde che il premio Nobel è stato assegnato ad un uomo che rappresenta un ponte di comunicazione con il mondo musulmano, ha un valore di incoraggiamento. “Lei crede che Berlusconi possa prendere in futuro un premio Nobel”, chiede Al Gurnov. “No”, risponde Mancini “don’t be silly” (non sia stupido), Berlusconi non è persona da riuscire a parlare con degli accademici. Secondo Mancini, Berlusconi sa parlare alla classe media, media e a quella inferiore. Il premio Nobel non è solo per le persone di ceto medio-basso, ma è per tutti, quindi anche le persone istruite, per gli scienziati. Al Gurnov: “Allora Lei pensa che Obama sia migliore di Berlusconi”; “Of course”, risponde il professore.

 

Per vedere la trasmissione clicca qui

Il papello e le sue “esigenze”

2009 Ottobre 20

Per rimanere in tema di negoziazioni, dopo le accuse di pagamenti fatti ai capi talebani, Le Figaro si occupa dei rapporti tra Stato Italiano e Mafia siciliana. Anche qui si parla del “papello” contenente quelle che i francesi chiamano “les exigences” di Totò Riina.

 

Quando la Mafia tentava di negoziare con Andreotti

 

di Richard Heuzé a Roma , 19/10/2009

Nel 1992, in piena epoca di attentati contro deputati e giudici, un padrino dettò le sue condizioni al governo.

 

Lo Stato ha negoziato nel 1992 con la Mafia, per mettere fine agli attentati? Che ruolo ha avuto Vito Ciancimino, ex-sindaco di Palermo (dec. nel 2002), e principale interlocutore “politico” di Totò Riina?

Un papello, scritto di pugno dal padrino mafioso e contenente dieci richieste, accrediterebbe questa versione. Il documento è stato consegnato la settimana scorsa, in fotocopia, da Massimo Ciancimino,  figlio di Vito, oggi giudicato a Palermo per connivenza mafiosa. “Le negoziazioni tra Mafia e Stato sono iniziate nel maggio del 1992”, afferma.

Torniamo indietro: all’inizio del 1992, Giulio Andreotti conduceva il suo settimo e ultimo governo. In gennaio, una sessantina di mafiosi sono rinviati in prigione. Erano stato liberati dopo i verdetti d’appello nel maxi-processo che era stato concluso nel dicembre del 1987, con 360 condanne (su 474 richieste, per 120 omicidi e 2.665 anni di prigione.

All’indomani del verdetto, Totò Riina vuole punire Andreotti, colpevole ai suoi occhi di “slealtà”. Il 12 marzo, il deputato Salvo Lima, capo della sua corrente in Sicilia, viene assassinato. E’ l’inizio dei grandi massacri.

Il 23 maggio è il turno del giudice anti-mafia Giovanni Falcone. Infine, il 19 luglio, l’esplosione di una vettura uccide un altro giudice antimafia, Paolo Borsellino, e cinque agenti di scorta.

Le “exigences”

 

Tra questi due attentati, Totò Riina, per il tramite di Vito Ciancimino, fa pervenire le sue richieste al generale dei Carabinieri Mario Mori. Sono dieci in tutto. In cima figurano la revisione del maxiprocesso, l’annullamento del regime di isolamento totale (il 41bis), riservato ai capi mafiosi e della legge sui pentiti.

In un passo, Riina esige una riforma del regolamento delle carceri, l’assegnazione dei domiciliari dopo i 70 anni, lo smantellamento dei penitenziari di alta sicurezza, la possibilità di “dissociarsi” (come i terroristi) senza dover denunciare altri criminali, la libertà di visita in prigione. Egli chiede addirittura il diritto per la Sicilia di imporre le proprie imposte sui carburanti e l’abolizione del monopolio del tabacco e, ancora, l’elezione dei giudici sul modello americano.

Il generale Mori ha certamente trasmesso queste richieste al potere politivi. Ai ministri degli Interni dell’epoca, Virgilio Rognoni e Nicola Mancino, che negano? Ad Andreotti? Sulla scia emotiva creata dagli attentati all’epoca, un mercanteggiamento con la Mafia sembrava impossibile.

Per il procuratore nazionale antimafia, Salvo Grasso, questi contatti avrebbero almeno avuto il merito di differire l’assassinio di altri uomini politici. Giulio Andreotti, in primo luogo: sette anni più tardi, il “Divo” dovrà difendersi da un processo che lo accusa di aver incontrato Toto Riina a Palermo, e di avergli dato il rituale bacio.

Quanto al padrino, è stato arrestato dagli uomini del Generale Mori, il 15 gennaio 1003. Il suo domicilio non fu perquisito in modo completo. Dando ai suoi familiari il tempo di far scomparire eventuali documenti compromettenti.

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Copertina in anteprima

2009 Ottobre 17
Gettate via Berlusconi

Gettate via Berlusconi

Ecco la copertina del settimanale Newsweek, che sarà pubblicato il 19 ottobre

Le Monde, il 16 ottobre scorso aveva commentato in anteprima questa copertina, sottolineando non solo la il titolo ma anche la foto in cui il Premier italiano fa il gesto dell’addio con la mano.  E aggiunge, “invece di impegnarsi per promuovere le riforme economiche e sociali di cui il paese ha bisogno, Berlusconi guarda nello specchietto, obnubilato dai magistrati, dalla stampa, dai cospiratori comunisti, dalle  macchinazioni dei suoi rivali, senza dimenticare le donne arrabbiate che lo perseguitano. La sua immunità è stata annullata la settimana scorsa dalla Corte Costituzionale e lui contibua a porsi come vittima dei media e, in particolare, di quelli inglesi”.

Nell’articolo di  Newsweek, ”Se resta al comando dell’Italia, rischia non solo di rinchiudere il paese all’interno delle sue mura, ma anche di fare un torto all’Europa e, addirittura, al Patto Atlantico.” La frase è citata sia da Le Monde che dal The Times, che aggiunge che l’indice di gradimento del Premier, dall’anno scorso, è sceso dal 62% al 45%.

 

Italian job vs Times’ job

2009 Ottobre 17

Come promesso, ieri sera in un’intervista a Sky TG 24, da Richard Beeston, caporedattore degli Esteri del Times, il quotidiano britannico pubblica stamane due articoli, sulla pratica dei pagamenti ai comandanti talebani per conservare la stabilità nelle zone controllate dagli eserciti. Le fonti citate, che a loro volta si basano su dei “sentito dire”, sembrerebbero mettere gli Americani nella posizione di chi era a conoscenza di una pratica, che di per sé non appare condannabile. E la domanda che ci si pone è la seguente: è una pratica diffusa, utilizzata anche da altri eserciti? è possibile che i Francesi non ne sapessero niente? che neanche sospettassero che la pace potesse essere acquistata a suon di denari? Sono veramente responsabili gli Italiani della “imboscata” in cui persero la vita 10 soldati francesi?

Intanto, in attesa di come risponderà il governo francese alle richieste fatte dall’opposizione, e magari se si potesse avere la conferma dell’Ambasciatore USA circa la protesta fatta all’epoca al governo italiano, ecco cosa scrive il Times, con un articolo il cui titolo, manco a dirlo, è

The Italian Job

From The Times, October 17, 2009

La guerra, disse Clausewitz, è la continuazione della politica con altri mezzi. Il Times di questa settimana ha parlato di una strategia politica distinta, adottata dall’Italia nella guerra in Afghanistan. Ufficiali italiani dell’intelligence hanno pagato somme, ammontanti a decine di migliaia di dollari, ai Talebani in cambio di protezione. Il patto era che nessuna delle due parti avrebbe attaccato.

Quando gli Italiani furono rimpiazzati dalle truppe francesi nel distretto di Sarubi in Afghanistan, l’anno scorso, i nuovi arrivati erano convinti di svolgere una missione a basso rischio, in quanto c’era stato un solo incidente capitato agli Italiani l’anno precedente. Ma gli Italiani hanno dimenticato di parlare dei pagamenti. Nel giro di un mese dal loro arrivo, furono uccisi dieci soldati francesi, e 21 ne furono feriti in un attacco talebano.

Il governo italiano ha fermamente smentito il nostro rapporto, inclusa la nostra affermazione secondo cui l’Ambasciatore U.S.A. aveva inoltrato una lamentela formale circa i pagamenti italiani agli insorti locali della provincia di Herat. L’opposizione in Francia ora ha chiesto delle spiegazioni, e dovrebbe riceverle. Noi restiamo senza riserve dalla parte del nostro servizio. Dalla sua pubblicazione, un comandante talebano e due alti ufficiali afghani hanno confermati che questa strategia era usata dalle forze italiane, in questa ed in altre regione afghane.

La strategia italiana è scandalosa. E’ importante chiarire come e perché. Il famoso detto di Clausewitz, spesso viene frainteso. La politica a cui si riferiva il grande pensatore militare si riferiva non solo agli obiettivi perseguiti da uno Stato, ma anche alle condizioni esterne nell’ambito delle quali tali obiettivi vengono perseguiti. E l’adattamento degli obiettivi alle limitazioni, fa parte di qualunque strategia militare che aspiri ad avere successo.

I risultati della coalizione guidata dagli Stati Uniti in Iraq, hanno cominciato a cambiare a partire dal 2006 quando fu nominato un nuovo comando militare che aveva profondamente ripensato le strategie per avere successo nel contrastare gli insorti. La nuova strategia riconosceva che i successi politici non potevano essere attinti se prima non si ristabiliva la sicurezza a Baghdad e nelle aree circostanti. Smuovendo i livelli delle truppe alleati, i comandanti della coalizione deliberatamente cercarono quegli elementi locali considerati più docili facendo loro delle offerte. Questa strategia mirava a rompere l’insieme delle forze, già fortemente eterogeneo, lasciando indietro i rimanenti gruppi di irriducibili Islamisti e fanatici di Baath.

Si trattava di un rischio calcolato. E funzionò. Al Quaeda ne rimase seriamente danneggiata e perse dei santuari importanti, a Baghdad ed Anbaar. Invece di dominare il paese, i jihadisti stranieri girarono i tacchi e fuggirono via. E’ questo il risultati di cui l’Afghanistan ha bisogno, per il bene del popolo e della sicurezza in Occidente. E’ ragionevole, e anche previdente, che le forze di coalizione usino i mezzi economici per sconfiggere il nemico islamico. Tale approccio sarebbe coerente con l’osservazione del Generale Stanley McChrystal, il comandante Nato, per cui la coalizione deve operare in modo da minimizzare i danni.

Ma è pericoloso e irresponsabile che una nazione della coalizione persegua una strategia unilaterale, senza consultare i suoi alleati. La campagna contro i rivoltosi è un’operazione collettiva, condotta tramite la Nato, con lo scopo di dare sicurezza alla collettività . E’ prevedibile che si facciano contrattazioni sul luogo. Per quanto immorali possano apparire ai puristi, sono comunque preferibili a singoli attacchi militari che inavvertitamente uccidono e feriscono dei civili, facendo guadagnare ai rivoltosi l’appoggio della pubblica opinione.

Gli accordi negoziati a livello locale non possono essere accordi fatti in sede separata, in ogni caso. Questo porta al disaccordo tra Alleati, allo scompiglio e alle morti inutili. C’è un’accusa rivolta alla strategia italiana in Afghanistan. Il governo di Berlusconi deve rispondere.

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Le fonti citate dal Times, a sostegno delle sue tesi di cui sopra, sarebbero le seguenti

Gli USA ammettono di aver affrontato gli Italiani sulla questione dei pagamenti ai Talebani

From Times Online, October 17, 2009, Tim Reid in Washington

Il Governo USA ha ammesso per la prima volta, ieri, che il pagamento in cambio di protezione, fatto ai Talebani dalle forze italiane in Afghanistan è stata materia di discussione tra ufficiali americani e italiani, l’anno scorso.

Un alto ufficiale americano ha confermato, due giorni dopo che il Times ha scritto del pagamento da parte delle autorità italiane per finanziare le bustarelle, che “l’argomento [ei pagamenti] è stato affrontato con gli Italiani”.

L’ufficiale non può confermare né negare che la rappresentazione, al governo Berlusconi, abbia preso la forma di una lamentela o di protesta diplomatica, ma gli ufficiali Nato hanno detto al Times che tale lamentela fu fatta a Roma dagli Americani l’anno scorso.

Il pagamento di soldi da parte degli Italiani fu rivelato dopo la morte di dieci soldati francesi, nell’agosto del 2008 per mano di una grande forza talebana a Sarubi, ad est di Kabul. Le forze francesi avevano preso il distretto dalle mani degli Italiani, ma non erano al corrente dei pagamenti segreti fatti dagli Italiani ai comandanti locali, per fermare gli attacchi, e così giudicarono male i livelli di rischio.

Il giorno dopo al report del The Times, un comandante talebano e due ufficiali afghani hanno anche detto che le forze italiane avevano fatto accordi per prevenire attacchi alle loro truppe.

Bruce Riedel, già capo della politica afghana del Presidente Obama quest’anno, ora non più membro dell’Amministrazione, ha detto al Times che aveva sentito di affermazioni a proposito di pagamenti italiani durante un viaggio a Parigi, l’ultima settimana di settembre. Un imprenditore con legami stretti con il governo francese gli aveva detto che gli Italiani stavano pagando i Talebani e “avevano dimenticato di dircelo”, ha detto Riedel.

Roma ha rabbiosamente negato il report. “Il governo Berlusconi non ha mai autorizzato né permesso alcuna forma di pagamento ai membri della sommossa talebana”, ha detto l’ufficio del primo ministro.

Ignazio La Russa, Ministro della Difesa, insiste che le accuse “sono assolutamente spazzatura”. Ma l’opposizione francese ha chiesto spiegazioni urgenti al Parlamento, descrivendo il fatto come “molto serio”.

Ieri, Hervé Morin, ministro della difesa francese, ha detto che l’idea che un esercito paghi i Talebani per non attaccare le truppe, è contro la dottrina militare tradizionale. Ha aggiunto: “Non ho ragione di mettere in dubbio la parola del governo italiano”.

Anche il Canada è stato costretto a negare i resoconti sul pagamento fatto ai nemici in Afghanistan per mantenere la pace. Un servizio telefonico stranieri ha citato una fonte dell’esercito afghano secondo cui i soldati canadesi nella provincia di Kandahar pagava gli insorti.

“Non ho mai sentito di alcun tipo di pagamento fatto dalle nostre truppe per stare al sicuro”, ha detto il Tenente Colonnello Chris Lemay, portavoce della spedizione canadese.

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