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La primadonna in rassegna


Perché i media italiani non traducono la escort

di antonellaferrara 26/07/2009

 

Esercizio di Linguistica: Si traduce un prestito linguistico?

Così, a orecchio, ‘escort’ fa pensare a scorta, donna di scorta = ruota di scorta, da usare come sostituta di una titolare bucata, sgonfiata, consumata, e, in quanto nuova, da far correre tra le più curve delle chicanes, e gettare nelle vie periferiche della città dopo averne fatto uso, pronta ad essere rimpiazzata con altra collega acquistata presso rivenditore autorizzato, mentre ancora abbiamo le narici piene dell’acre odore della gomma nera incollata sul pietroso asfalto.

– Escort,

Il termine sembrerebbe essere un prestito dalla lingua inglese, ovvero una parola che nella sua completezza di significante e significato, è stata accolta dalla lingua italiana perché copre una lacuna lessicale, e fornisce la parola ad un concetto o ad un oggetto che nella lingua ospitante non ha nome.

Nelle ultime settimane, la parola ‘escort’ è stata associata dalla stampa italiana a figure femminili come Patrizia d’Addario e, per estensione, ad altre belle donnine che sono fotografate in compagnia del Premier italiano, Silvio Berlusconi.

Ora, il fatto che la stampa italiana usi una parola inglese, al posto di una italiana, porterebbe  alla conclusione che non c’è un termine italiano che definisca in modo preciso la natura e le funzioni di belle donnine come la D’Addario. E, per essere ancora più profondamente naïf, prima ancora di chiederci perché la stampa italiana usi con tanta insistenza la parola ‘escort’, ci si potrebbe domandare cosa significhi escort.

Secondo The New Oxford Dictionary of English:

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Particolare in anteprima degli scatti alla D'Addario su Novella blog

Particolare in anteprima degli scatti alla D'Addario su Novella blog

escort > noun

a person, vehicle, ship or aircraft, or a group of these, accompanying another for protection, security, or as a mark of rank

  • a man who accompanies a woman to a particular social event.
  • a person, typically a woman, who may be hired to accompany someone socially.

–         origin late 16th century (originally denoting a body of armed men escorting travellers): from French escorte (noun), escorter (verb), from Italian scorta, feminine past participle of scorgere, ‘to conduct, guide’, based on Latin ex- ‘out of’ + corrigere ‘set right’

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escort > sost., persona, veicolo, nave o aereomobile, o gruppo di questi, che ne accompagna un altro per protezione, sicurezza o come segno di distinzione di rango.

  • un uomo che accompagna una donna ad un determinato evento sociale
  • una persona, solitamente una donna, che può essere assunta per accompagnare qualcuno in società

–         Origine, XVI secolo (originariamente denotante un corpo di uomini armati che scortavano i viaggiatori). Dal Francese escorte (sost.), escorter (verbo), a sua volta dall’Italiano scorta, participio passato femminile del verbo scorgere, condurre, guidare, basato sul Latino ex + corrigere (mettere al posto giusto)

Le spiegazioni del dizionario consultabile on line Merriam-Webster confermano:

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(1): una persona, o gruppo di persone che accompagna un’altra per fornire protezione, o per cortesia (2): uomo che esce con una donna su appuntamento (3): schermo protettivo di navi da guerra o aerei da combattimento, o nave singola o aereo per proteggere dall’attacco nemico una o più forze vulnerabili (4): accompagnamento da parte di una persona o di un protettore armato.

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Posto che la signora D’Addario non è assimilabile ad un veicolo, nave o aereomobile; posto che la stessa non ha la funzione di fornire uno schermo protettivo per difendere Silvio da un eventuale attacco nemico armato; posto che, a quanto pare, la D’Addario non è un uomo che accompagna una donna, dovremmo arrivare alla conclusione che:

1)     la signora D’Addario è una donna che accompagna un uomo;

2)     la signora D’Addario è assunta come accompagnatrice (in società?) per un uomo.

Identificate così, per esclusione, le funzioni e la natura della Sig.ra D’Addario, possiamo procedere a rispondere alla seconda domanda, e cioè perché la stampa italiana usa un prestito dalla lingua inglese. Ebbene, dagli articoli tratti dai dizionari si capisce, anche senza procedere ad un’accurata traduzione, che la parola escort deriva dal francese escorte, che a sua volta deriva dall’italiano scorta. Ma guarda!

Ogni linguista sa che i fenomeni di prestito linguistico, che riportano in patria un suo lemma, non sono rari. Per esempio, l’inglese ‘media’ accolto nella lingua italiana con la pronuncia anglosassone ‘midia’, è di così evidente derivazione latina, che spesso si incontra chi ostenta con orgoglio la pronuncia latina, senza tener conto che l’inglese/americano ‘media’ e conseguente italiano ‘midia’, denota qualcosa di diverso da ‘medium, media’ latino.

Potrebbe darsi, quindi, che la lingua italiana si sia appropriata dell’anglosassone escort, perché l’originario scorta non contiene tutti i significati che il XXI secolo ha elaborato per una escort. E di conseguenza, è possibile che la stampa italiana utilizzi escort

a) Perché colma una lacuna lessicale italiana (cioè non abbiamo un termine per significare il concetto di “donna a pagamento”)?

– No, il dizionario italiano solo alla lettera ‘P’ ne conosce ben due: Prostituta, Puttana;

b) Perché è politically correct?

– Sì, perché usando la parola escort al posto di P&P, nessuno si è offeso, neanche le femministe;

c) Perché è elegante?

– No, perché è elegante anche l’italiano meretrice, con le sue belle ‘r’ rotondeggianti come ruote sulla lingua pronunciante il nome di un mestiere, che ci ricordiamo essere il più antico al mondo;

d) Perché riprende i titoli di articoli in lingua straniera che trattano notizie non pubblicate in Italia?

– Sì, anche;

e) Perché le cose brutte non si nominano?

– Sì, si usa fare così.

Se i lemmi italiani come meretrice, prostituta, sono stati scartati per la combinazione dei motivi b+d+e, quali effetti produce la tagliente s + la dentale t di escort su un orecchio italofono?

Donna di escort, puro corpo e mero oggetto, da tenere a portata di mano quando serve, che definisce le sue funzioni nel nome, di scorta appunto, senza altre pretese. Chi la usa per gettare discredito, chi invece per farne sottaciuto vanto. E’ una sorta di porta girevole, che permette a tutti di entrare dal lato che si preferisce e che rivela, ad ogni giro, sordidi angoli di piacere e lurida compiacenza: appunto solo oggetto di piacere e nient’altro l’una, appunto solo fruitore di piacere e niente altro l’altro. E tutti gli altri a guardare, e niente altro loro. Una escort non si traduce, trasferisce, conduce, traspone, altrove. E’ lì, rannicchiata, ripiegata, ready-to-use, pronta all’uso.

Di 21° secolo, di conquiste della di civiltà moderna (anche femminili), non c’è niente, neanche il nome, che è di scorta alla più formidabile nomenclatura delle puttane.

 

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Di nuovo un appello,

e questo blog, come già qualche mese fa, non può non ospitarlo

L’attacco a “Repubblica”, di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera “retoriche”, perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere.

Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di “cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee”, come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso.

Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto.

Franco Cordero

Stefano Rodotà

Gustavo Zagrebelsky

 

Firma l’Appello, clicca qui

Per vedere chi ha firmato, clicca qui

Per leggere l’articolo del Times, clicca qui

 

 

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16/07/2009

Tra G8, Madama Sarko e Mr. Berlusca, non si riesce a trovare un po’ di spazio per questo commento di Matthias Drobinsky sull’ultima Enciclica di Papa Benedetto XVI. Ce ne eravamo occupati alla vigilia della pubblicazione con l’articolo “Papa vs G8, perché non esce l’enciclica”. Ora che l’Enciclica è uscita, che il G8 è finito e l’appello delle accademiche ha forse cessato il suo effetto, abbiamo il tempo di leggere cosa pubblica la Süddeutsche Zeitung (vai all’articolo originale), giornale tedesco di Monaco di Baviera, già patria del Papa.

 

Il Papa estraneo al mondo

 

Un commento di Matthias Drobinski del 07/07/2009

Poco acuta, vaga, ordinaria: Papa Benedetto tenta di dare alla globalizzazione una morale globale. Ma la sua Enciclica sociale è una delusione, le manca la forza visionaria.

Le “nuove cose” inquietavano Papa Leone XIII. L’indigenza degli operai e la ricchezza dei padroni delle fabbriche, la radicalità dei comunisti e degli ideologi liberali. Il suo scritto “Rerum Novarum”, costituì nel 1891 il mattone di fondazione dell’insegnamento sociale cattolico.

Essa poneva l’essere umano al centro, definiva il capitale come il servitore, non il padrone degli uomini. Era una critica capitalistica conservatrice, scettica rispetto alla santificazione del nuovo, del successo e dell’autonomia. Si è poi dimostrata come straordinariamente lungimirante: nel 1991, cento anno dopo Papa Leone XIII, spiegava a Papa Giovanni Paolo II, grazie alla forza del suo insegnamento sociale e nel bel mezzo dell’entusiastica vittoria sul socialismo di stato, che neanche il capitalismo conduce al paradiso. Ora ci sono di nuovo le “nuove cose”, inquietanti e appena comprensibili. Il sistema finanziario mondiale vacilla, la forbice tra povero e ricco si allarga, il clima sta cambiando. Di nuovo un Papa pubblica un’enciclica sociale – chi altro potrebbe definire, con autorità mondiale, la morale della globalizzazione?

Lo scritto di Papa Bendetto si intitola “Caritas in Veritate”, amore nella verità – ed è una delusione. Le manca la forza visionaria che mostrò Paolo VI, nell’enciclica sociale del 1967 “Populorum progressio”, le manca l’intensità profetica degli scritti di Giovanni Paolo II – e questo in un’epoca in cui entrambe le cose sarebbero come non mai necessarie.

Sì, contiene tutto ciò che l’insegnamento sociale cattolico ha fin qui sviluppato. Dice anche, come scrive Papa Benedetto, che non basta cambiare alcune viti di regolazione della politica economica e finanziaria, ma che un mondo globalizzato ha bisogno di una globale cultura dell’amore, della cura e della solidarietà, e che lo stile di vita egoistico dei ricchi deve subito cambiare.

Va anche bene, quando ricorrentemente sottolinea che l’uomo è indisponibile, e non deve essere un oggetto nelle mani dell’Economia, della Politica e della Medicina. Se questo non lo dicono i Cristiani, chi altri ne deve parlare? Il Papa è a favore di un’Autorità globale, per un commercio mondiale equo, per la piena occupazione, la sicurezza sociale, la protezione ambientale, è contro la Fame, il Controllo delle nascite, l’Ateismo, il Turismo sessuale. E’ per l’abbondanza di tutto ciò che potrebbe secondo la sua visione rendere il mondo migliore.

Tutto questo è presentato curiosamente in modo non strutturato e slegato, a volte quasi colpevolemente presentato come un guazzabuglio. Il punto 26 del testo accusa “l’appiattimento culturale”, il punto 27 la mortalità per fame di milioni di persone; il punto 28 si volge contro la contraccezione e l’aborto procurato. In questi punti, Joseph Ratzinger non ha eguali nella strutturazione e formulazione, non si tratta qui di un problema di dialettica, ma solo di riconoscimenti e di valori.

L’Enciclica è ben formulata nei punti in cui si filosofeggia sulla relazione tra verità e amore, quando spiega che lo sviluppo economico, politico e morale si appartengono, quando parla della “cultura della morte” o del diritto naturale. E’ impegnata quando accusa il “sostegno pianificato alla indifferenza religiosa”, il relativismo e il “sottosviluppo morale”. Eppure rimane poco acuta, vaga e ordinaria quando auspica un maggiore controllo dei mercati finanziari, quando chiede le riforme per l’Economia e quando accenna con una frase lapidaria al cambiamento climatico.

“Caritas in Veritate” è prima di tutto un’enciclica culturale, e solo in un secondo momento è enciclica sociale, poiché gli interessi dell’autore sono soprattutto culturali, e poi sociali. E’ in più versi pessimista da un punto di vista culturale, difensiva, sostiene i concetti di verità del Cattolicesimo; si ingarbuglia in una logica del sé ecclesiastica, quando rappresenta la mortalità per fame e il controllo delle nascite come due facce della stessa immoralità. Perde in ciò quella forza che avrebbe potuto avere. Essa non ritiene niente di quello che altri Papi avevano detto. Eppure, non è neanche un appello commovente all’umanità, non un segnale profetico, non un segno del tempo, un segnale di rottura.

Questa enciclica era stata annunciata da quattro anni – per questo il risultato è piuttosto scarso. Anche perché al Papa sta a cuore altro: la dotta opera, di fondamentale alta teologia, sull’amore e sulla speranza, anche detto il libro di Gesù. Inoltre, non ha potuto fare a meno di chiamare esperti esterni al Vaticano, di cui pare la Chiesa cattolico fosse comunque riccamente dotata.

Dai tempi di Pio XII, che non capiva la modernità post-bellica, nessun pontefice è stato mai così estraneo al mondo come Benedetto XVI. Essere estraneo al mondo, non stare dietro alle sue mode dietro con affanno, è una posizione che è propria delle chiese cristiane – e quindi anche di un Papa. La estraneità al mondo di Benedetto ha prodotto un testo straordinario come “Deus Caritas est”, l’Enciclica che parla di Dio, che è amore. Sempre più i limiti di questo Papa a-politico diventano evidenti, come nel discorso di Regensburg. O anche adesso, quando una parola sulle nuove cose di questo mondo sarebbe stata necessaria al posto di questa debole replica di ciò che è stato già detto.

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Stamane, il 23 giugno 2009, molti giornali esteri pubblicano la notizia

dell’Appello alle first ladies di non venire al G8

 

Dalla Süddeutsche Zeitung che titola “Donne di tutto il mondo offese”, al Times Online “Le accademiche combattono contro il <sessista> Silvio Berlusconi”.

La Repubblica, del resto, fa un elenco di tutti i giornali esteri che stamattina, ancora una volta, parlano del Primo Ministro Italiano (vedi articolo).

La rassegna della Primadonna di questo blog non può non contenere l’appello pubblicato da Micromega Online, chiunque voglia firmarlo puoi collegarsi a questo link (firma l’appello)

Appello di donne alle first ladies:

“Non venite al G8 italiano”

 

 

Siamo profondamente indignate, come donne impegnate nel mondo dell’università e della cultura, per il modo in cui il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, tratta le donne sulla scena pubblica e privata. Non ci riferiamo solo alle vicende relazionali del premier, che trascendono la sfera personale e assumono un significato pubblico, ma soprattutto alle modalità di reclutamento del personale politico e ai comportamenti e discorsi sessisti che delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale. Questi comportamenti, gravi sul piano morale, civile, culturale, minano la dignità delle donne e incidono negativamente sui percorsi di autonomia e affermazione femminili. Il controllo che Berlusconi esercita sulla grande maggioranza dei media italiani, in spregio a ogni regola democratica, limita pesantemente le possibilità di esprimere dissenso e critica. Risulta difficile, quindi, far emergere l’insofferenza di tante donne che non si riconoscono nell’immagine femminile trasmessa dal premier e da chi gli sta intorno.  Come cittadine italiane, europee e del mondo, rivolgiamo un appello alle first ladies dei paesi coinvolti nel prossimo G8 dell’Aquila perché disertino l’appuntamento italiano, per affermare con forza che la delegittimazione della donna in un paese offende e colpisce le donne di tutti i paesi.

 

Chiara Volpato (Professore Ordinario – Università di Milano-Bicocca)
Angelica Mucchi Faina (Professore Ordinario – Università di Perugia)
Anne Maass (Professore Ordinario – Università di Padova)
Marcella Ravenna (Professore Ordinario – Università di Ferrara) (22 giugno 2009)

 

 

Per firmare clicca qui

Per vedere chi ha firmato clicca  qui 

La mia firma – ore 11.50 23.06.2009

1566 Antonietta Bianca Ferrara

La donna come luogo pubblico, recitava il titolo di un saggio della filosofa tedesca Barbara Duden. Ma da una visuale berlusconiana, la donna come luogo pubblico ha ben altre denotazioni. Da donna e da italiana, me ne vergogno e ringrazio chi mi ha dato la possibilità di firmare quest’appello per dimostrare che l’Italia non si identifica nel nostro Primo Ministro.

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8 commenti leave one →
  1. 25 giugno 2009 14:09

    Non si può non riconoscere a Micromega il merito dell’autorevolezza alle cui pagine hanno attinto i giornali esteri. La home ci informa stamane che hanno firmato anche Margherita Hack e Dacia Mariaini.

    Per dovere di precisione riporto quanto pubblicato sul sito di firmiamo.it dove è chiarito quanto segue:
    Questa petizione è ospitata presso LivePetitions.com come un servizio pubblico.FIRMIAMO.IT è solo una piattaforma che ospita petizioni“.

    Inoltre Micromega specifica nel DisclaimerLa informiamo che i dati fornitici verranno utilizzati unicamente per finalità strettamente connesse e strumentali all’Iniziativa. A tal fine, nell’ambito dell’Iniziativa, i suoi dati potranno essere pubblicati on line mentre i dati non pubblicati verranno immediatamente cancellati e distrutti“.

  2. 25 giugno 2009 09:54

    Il link ufficiale dell’appello NON è quello di Micromega che si è messo a raccogliere firme senza aver consultato le 3 autrici dell’appello.
    il link ufficiale è:
    firmiamo.it/appellofirstladies

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